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Menta 3.

Insomma, non riesco più neanche a concepire l'idea che ci si possa ubriacare senza menta.
In realtà, mentre attendo l'attecchimento e la crescita delle piantine, bevo.
Ogni serata alcolica finisce con la frase: "...ah, ma vedrete quando sarà cresciuta la menta... ci facciamo una bevuta come si deve!" come se le svariate storte non fossero poi così dignitose, così pregnanti come una bella ciucca di mojito.
Nel mio immaginario ossessivo, quindi, la menta diviene il catalizzatore delle energie dopanti, unico ingrediente che rende più vera e intensa la sbronza.

Ormai, a furia di guardarla crescere, di osservare come nel terriccio vanno formandosi nuove piantine, di ammirarne le forme e l’intenso profumo, la menta è diventata come una figlia, o una bella moltitudine di figli, dato che i rametti hanno ormai riempito il vaso.
D’altra parte, è sempre un essere vivente, no? Vive, cresce e si nutre. Anzi, sono proprio io che le sto dando il nutrimento. Fiduciosa, attende l’acqua che gli porto quasi tutti i giorni, la beve con gratitudine. In cambio, mi dona sempre nuove foglioline e mi inebria con il suo aroma.
Ha perfino sopportato con pazienza infinita che io le potassi i fiori. Le ho spiegato che era per il suo bene, che avrebbe reso le sue foglie più ricche, che avrebbe fatto più male a me che a lei, eppure se mi avesse odiato l’avrei pienamente compresa.
E’ vero: quei fiori puzzavano un po’, ma questa non è che una scusante, una mano di intonaco scadente per candeggiarmi (male) la coscienza.
E non sospetta nemmeno il motivo per il quale la sto allevando.

Più tardi, a cena, rifletto in silenzio.

Le ho potato i fiori.


Giocherello distrattamente con le posate.

Le ho potato i fiori e presto le taglierò svariati rametti.

Mio Dio, cosa sto diventando?
Un essere privo del benché minimo scrupolo, un avvinazzato dedito unicamente al soddisfacimento del vizio. Ho forse perso il senso del sacro che innerva la vita nel suo tutto, nella sua interezza, unica e indivisibile? Una piantina soffrirà a causa mia, per la mia scelleratezza, la mia lascivia, la mia incomprensione per l’esistenza, il mio ingordo amore per la morte, per compiacere il basso e troglodita istinto di annullare l’essere diverso da me, assassinandolo e ingurgitandolo.

Penso a tutto questo mentre divoro di gran gusto il filetto di manzo, cucinato dalle amorevoli mani di mia madre.
Un filetto condito da foglioline dalla foggia, dal profumo e dal sapore estremamente familiare.

“Mamma... cos’hai usato per condire il filetto?”
“Ti piace? Ho preso quelle piantine aromatiche che ho trovato sul balcone...”

Pubblicato il 19/3/2007 alle 12.20 nella rubrica Diario.

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