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Menta 2.

E così faccio la strada di casa pensando, pensando, pensando.
La spremuta di cervello dovrebbe darmi un succo concentrato, composto da complessi calcoli aritmetici, intricate operazioni e diagrammi ramificati in tentacoli numerici.
I ragionamenti silenziosi si fanno fitti, sempre più coordinati e acuti... sto per incunearmi nella soluzione e ripasso il compito: due gocce di angostura, due cucchiaini di zucchero di canna, 2/10 di succo di lime, 8/10 di rum bianco cubano, eventualmente una parte di rum scuro, ghiaccio, soda, shakerare energicamente...

Quesito: quanti mojitos si possono ricavare da cinque rametti di menta?

Mi mordo le labbra: se soltanto avessi altri rametti potrei uscirne storto come si deve, senza subire l'angoscia di un'eventuale, disdicevole condizione di sobrietà.

E poi il colpo del genio.

Come dice il proverbio? "Meglio una gallina domani, che un uovo oggi". La gallina, domani, potrebbe fare molte uova.

Arrivo a casa e preparo tutto l'occorrente: un posto libero sul balcone, un capiente vaso provvisto di sottovaso, terriccio fertile - quello dei gerani andrà benissimo.

L'equazione geniale, infatti, è questa: se io piantassi i cinque rametti e li coltivassi, i rametti si moltiplicherebbero, giusto? Di conseguenza si moltiplicherebbero anche i mojitos, giusto? Di conseguenza si moltiplicherebbero anche le sbornie solenni, giusto?

Giusto.

Sento già di amare il giardinaggio come la più sacra delle arti.

Per prima cosa, mangio al più presto tutta la mozzarella di bufala. 500 gr., peso sgocciolato. La mozzarella di bufala c'entra, eccome, perché mi serve il secchiello di plastica in cui è confezionata. E mi serve nel momento preciso in cui mi viene in mente di fare la cosa, altrimenti mi passa tutto, vengo distratto da altre cose, i rametti di menta muoiono, e io non posso sbronzarmi a sangue. Per questo motivo, ingurgito quasi mezzo chilo di mozzarella di bufala per merenda, tra le cinque e le sei del pomeriggio.
Gonfio dell'insana mangiata, lavo il secchiello di plastica, lo riempio d'acqua e ci immergo le piante.

E aspetto con estrema pazienza.

Ogni tanto contemplo i miei rametti: studio la conformazione dei fusti e la disposizione delle ramificazioni, cerco di ricordarmi quanto sono piccole le prime foglie in cima per vedere, alla successiva osservazione, se sono cresciute, se è cambiato qualcosa. Compio questo rito almeno tre o quattro volte al giorno.

Scopro, così, una delle cose belle delle piante.
Se le guardi, anche per un giorno intero, come ho fatto io, sono immobili, inanimate. E invece non sono immobili per niente: si piegano verso la luce, eruttano foglie, preparano i fiori, partoriscono figli e sono perfino sicuro che alcune di esse camminino: basta lasciarle stare qualche centinaio di anni senza toccarle. Il fatto che abbiano queste cose, le radici, è un inganno della natura per farcele sembrare ferme e inoffensive.

Con il passare dei giorni, le foglie non muoiono, anzi. Cominciano a spuntare dei fili bianchi, nella parte inferiore dei rametti, come dei capelli d'angelo, dei sublimi, finissimi spaghetti cinesi.
Sono orgoglioso come un neo-padre, e giro tronfio per casa, bullandomi del mio pollice verde.

E alla fine, ancora prima che potessero essere pronte per il trapianto nel terriccio, i fiori.
Devo confessare che non avevo mai visto un fiore di menta, anzi, non avevo proprio idea di come potesse essere fatto: piccolo, delicatamente viola, disposto a grappolo in cima alla piantina, come un glicine capovolto.
Inalo la pienezza del suo profumo.
Questi fiori mandano un olezzo terrificante. Sanno quasi di morte stantia, di qualcosa rimasto lì a frollare, a macerare in solitudine. Di qualcosa che anche in vita doveva essere abbastanza lercio, triste e sconsolato. Figuriamoci dopo il trapasso. L'odore mi butta indietro e non posso che provare tristezza per la mia stessa repulsione.
Come posso essere così ingrato? La pianta che coltivo mi fa dono di se stessa, del suo fiore, della sua fertilità, mi gratifica con la sua rigogliosità, e io, per tutta risposta, provo schifo. Complimenti.

Non ti preoccupare, mia menta, mia bellissima menta, anche se i tuoi fiori non hanno il profumo gradevole come quello delle magnolie, le fatali sbevazzate che farai sbocciare nelle mie sere in compagnia saranno il coronamento della nostra intima relazione, brinderò alla tua clorofilla e sarai il sostegno della mia allegria e della mia dimenticanza. E ti amerò, mia lussureggiante menta, di quell'amore che ruoterà tutta la stanza intorno alla mia testa, entrerà nelle mie viscere sconvolte, prenderà il mio cuore più sincero e lo offrirà alla verità. Per tutta la notte, io ti amerò, mia smeraldina menta.

E il mattino sarà solamente emicrania.

Pubblicato il 20/1/2007 alle 21.57 nella rubrica Diario.

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