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Menta.

Verdi.
Lucenti, profumati, bellissimi.

Ricevo in regalo alcuni rametti di menta.

Mi sono stati dati così, con frasi sprezzanti.
- Toh, li vuoi? Toh, prendili, io non so cosa farmene, ne ho lì a mazzi. Toh.

Li accolgo tra le mie mani come se fossero fatti solo di aria odorosa. Ho paura di rovinare le loro tenere foglioline con le mie ditacce da essere umano e li tengo in un fazzolettino di carta, stando bene attento a non schiacciarli.

Mentre porto a casa l'involto profumato, mi assale all'improvviso un ricordo lontano di un importante giorno della mia infanzia - che età avevo, allora? 5 anni, 6, forse? Mah... - quando proprio quella mia infanzia era innocente e ovattata, piena di macchinine, soldatini, cartoni animati dei robot, merendine e pastelli per colorare i disegni.

Quel giorno, la figlia di amici riceveva il Sacramento della Cresima, e la mia famiglia presenziò all'evento.
Ciò che mi interessava maggiormente era il piccolo rinfresco a casa della cresimata, che sarebbe seguito alla cerimonia.
Entrando in soggiorno, avevo provato come un nodo alla bocca dello stomaco, probabilmente dato dal timore che se non ci fosse stato il rinfresco, io sarei morto di fame lì, quel giorno, in quella casa sconosciuta, e avrebbero gettato il mio cadavere pelle e ossa in una fossa comune, piena di altre salme di bambini morti di fame per la crudeltà degli adulti.
Il rinfresco c'era. E un po' mi dispiaceva non finire nella fossa comune: avrei dovuto rimandare l'autocommiserazione a un'altra occasione.
Sul tavolo, in quel soggiorno, svettava una torta. Piena, materna e consolatoria. Come a tutti, me ne spettava una fetta sola.
Una. Fetta. Sola.
Guardai con immensa pietà quell'unica fetta di torta, quasi le lacrime agli occhi. Mi commuoveva, sì, la sorte che stava per colpirla, ma soprattutto stavo per piangere dalla fame che mi attanagliava lo stomaco in una morsa mortale.
E dopo averla guardata, mi ci avventai come la iena ridens si avventa sulla carogna sanguinolenta, e me la trangugiai di gusto, aiutandomi con una forchettina d'argento, ignorando gli sguardi che avrebbero potuto, a ragione, giudicare la mia maleducazione degna di un riformatorio per bulletti semidelinquenti.
Desiderai che la forchettina fosse un po' più grossa: i bocconi mi sembravano troppo piccoli e non riuscivo a raschiare con sufficiente meticolosità la crema pasticcera che, dagli strati della fetta, aveva traboccato sul piattino, un cremoso magma in cui annegare felicemente.

Finita la torta, ovviamente, avevo ancora fame, così adocchiai le ciotoline dei salatini, delle patatine, dei pistacchi e delle arachidi, incurante della sanguinosa battaglia tra il dolce della torta e il salato che si sarebbe combattuta sulle mie papille gustative.
Con discrezione, senza dare nell'occhio, cominciai.
La mia manina a forma di gru sfasciacarrozze si chiuse più e più volte nelle ciotoline degli stuzzichini, e, contemporaneamente, la montagnetta di vittime - pellicine vuote di arachidi, valve morte di pistacchi, granelli e granaglie varie - aumentava nel piattino, lucidato quasi a specchio dopo la fine della torta.
Il salato, ormai, aveva definitivamente sconfitto il dolce nel mio cavo orale, e la fame mi abbandonò definitivamente.

Nelle ore successive, l'effetto collaterale si presentò puntuale.
Mentre gli invitati superstiti, tra cui anche i miei familiari, digerivano ciò che avevano masticato, seduti immobili e attoniti sul divano, la mia lingua, grossa, asciutta e pesante, era lì ad accusarmi della mia stessa stupidità: la sete mi stava essiccando poco a poco.

Sul tavolo rimaneva un'unica bottiglia, accanto allo spumante. L'acqua al suo interno mi appariva ora come la mia unica speranza di evitare la mummificazione naturale.
Con voce rotta dalla disidratazione, chiesi al nonno della cresimata, l'unico adulto nei paraggi, un bicchiere d'acqua, per favore.
Il nonno vide la bottiglia, e me ne versò un gratificante bicchierone.
Immediatamente dimentico del tono beneducato con cui avevo cercato di chiedere, per favore, un po' d'acqua, tornai lo screanzato della fetta di torta e bevvi avidamente in un colpo solo mezzo bicchiere, quasi scordandomi di ringraziare, tanta era l'arsura che mi stava sbranando.

Acqua.
Non riesco a pensare a niente di più buono, di più sano e terso e sinceramente vivo di un sorso generoso d'acqua che scorre nell'organismo desertificato di un malato di sete.

Stavolta, invece, quel generoso sorso mi arse in tutto il suo percorso. Sentii il bruciore diffondersi dalla bocca alla gola, all'esofago fino al piloro e allo stomaco e poi di nuovo su fin dentro il naso.
Uno strano stordimento accompagnò il mio incerto passo, e finii davanti a mio padre, che stava ancora metabolizzando la sua fetta di torta sul divano.
L'unica cosa che riuscii a dire fu: "Papàhhh..."

Quando la fiatella di grappa, contenuta nell'ultima sillaba che avevo pronunciato, lo raggiunse nei suoi centri nervosi, mio padre capì ogni cosa: la montagnola di gusci nel mio piattino, la sete, l'ignaro nonno, l'anonimo bottiglione di acquavite fatta in casa...

E, quel giorno, fu il primo contatto, l'inizio di un latente idillio che sarebbe poi esploso molti anni dopo.
Forse è proprio grazie a quel giorno che ora, con questo pesantissimo fardello di menta in mano, riesco a pensare solo a due gocce di angostura, due cucchiaini di zucchero di canna, 2/10 di succo di lime, 8/10 di rum bianco cubano, eventualmente una parte di rum scuro, ghiaccio, soda, shakerare energicamente...

Forse, se quel giorno mi fossi saziato con due fette di torta, anziché buttarmi sui salatini, forse...

Forse ora sarei obeso, anziché alcolizzato.

Pubblicato il 13/11/2006 alle 12.33 nella rubrica Diario.

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