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Doppelgänger.


Attenzione. Post scritto sotto dettatura.

Il mio Doppelgänger è lì fuori, da qualche parte.

Per prima cosa, però, mi corre l'obbligo di affermare che il mio "padrone" - continuo a chiamarlo così per pura convenzione - è un drogato.
Non sopravvive più di cinque ore senza ingerire un liquido schifoso, amarissimo, color fogna scura, che, di solito, si fa preparare da spacciatori professionisti, anche se non disdegna certo una bella dose fabbricata in casa, nei periodi di magrezza finanziaria.
Quasi tutte le volte che lo porto fuori ne approfitta per farsi. Entra nel negozio dello spacciatore - ne ha due o tre che preferisce, per la diversa qualità dello sostanza stupefacente - e subito ordina una tazzina di droga.

Insomma, un bel pomeriggio della settimana scorsa, porto fuori il bipede, come al solito.
La crisi d'astinenza, stavolta, dev'essere veramente seria, perché si infila subito nel primo negozio di droga - generalmente detto anche "bar" - che trova sulla sua strada: un posto dove non entra quasi mai, perché frequentato da ragazzi e ragazzini tutti vestiti bruttini ma costosini, casual ma elegantini pulitini profumatini, con i capelli cortini spettinatini gellatini a puntino con quella crestina. Portano occhiali da sole che avvolgono mezza faccia e jeans talmente di marca che mi vien voglia di marcarli io con una delle mie generose spruzzate territoriali.
Il bipede li chiama "fighetti". Proprio per non incontrarli, non entra mai in quel bar.
E invece stavolta ci entra.
Si fa servire la droga, e, mentre è lì che ciuccia il liquame nero dalla tazzina, la spacciatrice lo guarda attentamente da dietro il bancone e gli dice: "...ma tu sei il marito di Loredana?"
Alla parola "marito" leggo lo sconcerto sul volto già buio dell'essere che tiene il mio guinzaglio.
Due, tre secondi di un imbarazzo talmente burroso che potrebbe essere filtrato con un colino per separare la voglia di scappare dal fastidio rabbioso, e la tremula risposta, dopo aver ingoiato male la voglia di schiaffi reciproci: "Credo che ci sia uno scambio di persona: non sono il marito di nessuno, anzi..."
"Mi scusi... il fatto è che ha il cane praticamente identico a quello di questa Loredana e ho pensato che fosse il marito..."

Il Doppelgänger, nella tradizione, è qualcosa di più che un sosia, è il gemello cattivo, la nemesi, il doppio che non dovrebbe esistere e invece esiste. Dicono che ognuno di noi ha un Doppelgänger che cammina per il mondo, e la cosa interessante è che se lo si incontra bisogna ucciderlo. Le leggende spiegano che se non lo ucciderai tu, sarà lui a uccidere te, come se fosse obbligato dalla sua stessa natura di doppio soprannaturale.
Mi sono sempre chiesto se quindi la popolazione mondiale sia per metà composta da persone vere e l'altra metà da doppioni malvagi che cercano di fare la pelle ai rispettivi poveracci di cui sono lo specchio, se anche gli animali abbiano un Doppelgänger in giro, libero e pericoloso. Vale anche per gli insetti? Questo spiegherebbe il perché sono così tanti e un po' tutti uguali. E le piante? Sinceramente trovo difficile che un tiglio o un acero incontrino il loro Doppelgänger, e nella remota eventualità che possano crescere l'uno accanto all'altro, non riesco a immaginare come potrebbero ammazzarsi tra loro. Soffocandosi a vicenda con le radici? Assoldando un rampicante che avvolga l'avversario? Con quali promesse un tiglio potrebbe indurre un rampicante a crescere abbarbicato al tronco di un altro tiglio, a lui perfettamente identico?
Sto divagando inutilmente.

Per gli animali sì, ho scoperto che il Doppelgänger esiste. Il mio abita qui intorno. Non in India, in Cina o in Patagonia, ma nella mia stessa città, nel mio quartiere.
E, se dovessi incontrarlo, dovrò ucciderlo.
Così, senza ragionare, senza salutare, senza neanche chiedergli "come stai?"
Effettivamente, ripensandoci, potrei anche chiederglielo. Che mi costa? "Ciao, come stai?" e poi lo ammazzo.
Non sono cattivo. La leggenda dice che devo ucciderlo. Chi sono io per contraddire una leggenda?
Forse, però, per lui sono io il Doppelgänger, e se anche lui conosce la tradizione, sarà per questo che cercherà di farmi fuori, perché mi crede il suo doppio malvagio. Forse, basterebbe spiegargli questa storia, chiarirsi a vicenda, da cani civili, basterebbe rompere la catena della violenza, dei fraintendimenti, delle reciprocità malate per cui io uccido te perché tu uccidi me perché io uccido te, e potrei convincerlo ad andare per la sua strada, poiché non gli farò niente se lui non mi farà niente. Anzi, potremmo anche essere amici.

Quante complicazioni inutili.
Se lo vedo in giro, lo ammazzo e basta.

Pubblicato il 5/10/2006 alle 10.57 nella rubrica Diario.

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