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"...vidi un tramonto a Querétaro che sembrava riflettere il colore di una rosa nel Bengala..."
Jorge Luis Borges, "L'Aleph"

Questo blog è sottoposto a regime autocensorio. L'autore si scusa per le offese arrecate e si impegna a non pubblicare mai più post diffamanti.

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"La Disfatta" - Émile Zola
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19 ottobre 2005

"La Disfatta" - Émile Zola.

E' un libro su una duplice sconfitta: da un lato la sconfitta militare della Francia di Napoleone III nel sanguinoso conflitto del 1870 contro la Prussia del cancelliere Bismarck, dall'altro la sconfitta dell'uomo, degradato al rango di bestia grazie alla guerra.

E' un libro duro. Crudo e difficile.
Le vicende narrate da Émile Zola sono come scatole cinesi. Ci sono tante piccole storie, i cui personaggi sono soldati semplici, caporali, sergenti, contadini, fratelli, sorelle, genitori e figli.
E poi la scatola più grande, che comprende, contiene e collega tutte queste piccole storie, la Storia, quella dei generali e degli imperatori, di Bismarck, di Napoleone III e della Comune di Parigi. Tutte queste storie sono unite sui diversi livelli, compenetrate, analizzate dall'interno, ma mai senza indulgere a visioni globali da manuale scolastico. Anzi, la Storia è osservata con gli occhi dei suoi piccoli protagonisti, di chi si gioca la vita nei campi di battaglia, di chi ha un promesso sposo al fronte, di chi cerca anche solo di sopravvivere, con tutti limiti di parzialità e incompletezza che questa visione può portare.

...e, alla fine, la guerra. Somma protagonista. La guerra che mangia tutto: la vita, l'amore, la dignità. E, al loro posto, partorisce mostruosità di sangue, bassezze irrazionali, immagini dell'alterazione, tutto perfettamente "legittimato" e inquadrato in uno stato di "normalità", proprio perché è esattamente questa la "normalità" di una guerra: la disfatta, appunto, dell'essere umano, che sia il vinto o il vincitore.

Appena prima della tremenda battaglia decisiva di Sedan, i tre protagonisti principali si ritrovano insieme ad aspettare l'inevitabile tragedia: Maurice, soldato francese volontario pieno di cultura, ideali e passione; Jean, contadino tornato all'esercito dopo aver perso tutto, dotato di una sensibilità che contrasta con la rudezza della sua provenienza sociale; Henriette, sorella gemella di Maurice, l'anima femminile del romanzo.

"E' vero, la odio, la trovo ingiusta e orribile... Forse perché sono una donna. Tutte quelle stragi mi rivoltano. Perché non riuscire a spiegarsi, a mettersi d'accordo?"
Jean approvava le parole di Henriette, scuotendo la testa. Anche a lui, illetterato ma pieno di buon senso, nulla sembrava più facile che mettersi tutti d'accordo, dopo essersi spiegati bene, e con calma.
Maurice, invece, uomo colto e passionale, giudicava la guerra necessaria, in quanto vita stessa, legge del mondo. Non è stato forse l'uomo pavido a introdurre l'idea di giustizia e di pace, mentre l'impassibile natura è un continuo campo di battaglia e di strage?




permalink | inviato da il 19/10/2005 alle 18:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa

9 marzo 2005

Nell'occhio di Escher.

Un po' per le rampe di scale dei Musei Capitolini, un po' per la precedente scarpinata attraverso Roma, un po' per la fatica totale del viaggio da Milano, quando arrivo alla mostra di Maurits Cornelis Escher mi sembra di avere i polpacci in travertino. La vista delle cupole di Roma dal belvedere, però, mi fa dimenticare la fatica e mi stringe il cuore.

Il salto improvviso dagli immensi quadri ad olio della pinacoteca dei Musei alle xilografie di Escher fa sembrare queste ultime ancora più minuscole. Quasi microscopiche. Ma forse sta proprio qui il loro concentrato fascino.

La mostra presenta opere di tutti i periodi della produzione di questo artista olandese, compresa la serie preziosissima di paesaggi, e un paio di bacheche con gli strumenti del mestiere.

Notissimo è l'Escher dei paradossi grafici e matematico-geometrici, notissime le sue scale che cozzano con qualsiasi logica del salire e dello scendere, notissime le sue lucertoline e i suoi camaleonti che si alternano a pesci e anatre come in puzzle di legno, famosissimi sono insomma i suoi quadretti in cui ben poco è quello che sembra: i pavimenti e i soffitti spesso si scambiano i ruoli e i folli ambienti ospitano concetti estranei alle norme della gravità e della fisica. Tutti lavori che fotografano un'ossessione per la circolarità, il moto perpetuo, l'illusione.

Tutto questo sembra ricondurre l'arte di Escher a un mondo che non esiste, una dimensione di pura fantasia architettonica, slegata dalle regole dell'universo reale.
Invece, un'ampia parte della mostra ci svela un Escher maestro nella copia dal vero, nella visione dei rustici e bellissimi paesaggi di un'Italia in cui aveva a lungo soggiornato e di cui era innamoratissimo (immagini di paeselli che diventeranno la base per gli ambienti surreali dall'architettura "sbagliata"), nel ritratto di una Roma di notte che magnetizza lo sguardo con il suo mescolare e separare il bianco e il nero.

Le sue tecniche preferite, la litografia e specialmente la xilografia, rendono le opere di Escher ancora più affascinanti: ogni opera, infatti, presuppone un lavoro artigianale di incisione del legno o della pietra e la stampa in una o più fasi.

Ecco l'ossessione principale: la dualità e la simmetria.

Matrice e opera finale, il bianco e il nero, la realtà e il suo riflesso nello specchio, mediato dall'occhio del genio.

Nell'occhio di Escher

Musei Capitolini
Palazzo Caffarelli
Piazza del Campidoglio, 1 - Roma
(fino al 28 marzo)




permalink | inviato da il 9/3/2005 alle 18:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa

10 febbraio 2005

Narcolepsy - Dave McKean.

La "realtà", ci dicono, è governata da regole. La realtà, però, a Dave MacKean pare interessare in quanto fonte di materia prima manipolabile per la creazione di qualcosa che realtà non è. Qualcosa di completamente nuovo. Arte. Nuove regole.
McKean crea "fotografie" di significati puri, per ogni illustrazione, ogni quadro, ogni "fumetto" (e le virgolette sono di dovere). Le tecniche che usa per farlo? Semplicemente tutte. Qualsiasi materiale può servire per creare la "figura" dell'emozione, che altrimenti sarebbe irrappresentabile. Dunque estrema, sconfinata libertà nell'accostare soggetti, ritratti, immagini, disegni, pitture, fotografie, fotomontaggi al computer, collages, pietruzze, pezzetti di legno, pesciolini, conchiglie, tutto per rappresentare visioni semplicissime, oppure sovraccariche di particolari. Sogni e incubi.

Trovarmi davanti ad alcune delle tavole originali di "Signal to Noise", così, senza preavviso (non speravo ci fossero), è un'emozione che non so descrivere.

Retrospettiva
Dave McKean - Narcolepsy

Fabbrica del Vapore,
via Procaccini, 4 - Milano
(fino al 12 febbraio)




permalink | inviato da il 10/2/2005 alle 1:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

11 ottobre 2004

Gloria.

Ieri, seguendo un manifestino trovato in università, sono andato in un posto strano. Si chiama "la Stecca degli Artigiani". In una cantinetta male illuminata si leggeva e si ascoltava.
Poesia, prosa, dibattito, parole interessanti, riflessione, polemica, idee.

Nel dubbio, ho portato un paio di cose mie, ma non sapevo se darmi alla lettura perché non avevo la più pallida idea di dove mi sarei andato a cacciare.
Alla fine, però, mi è piaciuto, anche perché mi ha aiutato a distrarmi dal dissidio autodistruttivo che sto vivendo ora.

E ho letto, sì.
E il mio smisurato ego è stato soddisfatto. I momenti di gloria, anche se piccoli, aiutano moltissimo.

Non so se a parlare è la mania di protagonismo, ma io trovo che leggere in pubblico (anche se il pubblico è composto da 300, 15 o una sola persona) è, propriamente, "fare teatro".
E noi siamo ciò che scriviamo, leggiamo, recitiamo. Se anche fingessimo, recitando, leggendo, scrivendo, anche la finzione sarebbe significativa e ci connoterebbe.

C'è altro che non viene detto, certamente.
Ma tutto ciò che esce da noi, quello siamo. Anche il silenzio.




permalink | inviato da il 11/10/2004 alle 12:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa

29 luglio 2004

Un altro giro di giostra.

"In India si dice che l'ora più bella è quella dell'alba, quando la notte aleggia ancora nell'aria e il giorno non è ancora pieno, quando la distinzione fra tenebra e luce non è ancora netta e per qualche momento l'uomo, se vuole, se sa fare attenzione, può intuire che tutto ciò che nella vita gli appare in contrasto, il buio e la luce, il falso e il vero non sono che due aspetti della stessa cosa. Sono diversi, ma non facilmente separabili, sono distinti, ma «non sono due». Come un uomo e una donna, che sono sì meravigliosamente differenti, ma che nell'amore diventano Uno."

(Tiziano Terzani)




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7 aprile 2004

"Nessun Dove" - Neil Gaiman.

E' un libro sugli emarginati, sugli individui che cadono nelle "pieghe" della società, che "scompaiono".
Neil Gaiman si conferma un maestro della narrazione (è il primo suo libro che leggo e non mi aspettavo di meno).
Un libro quasi diviso in due. Ma è una divisione sfumata, molto graduale. E' una divisione
tra una Londra Sopra ("reale", quotidiana, fatta di una vita in ufficio, di una fidanzata, una vita "normale", insomma) e una Londra Sotto, una Londra fatta di labirinti fognari e metropolitani, creature, personaggi da favola, incredibili pericolosità, Mercati Fluttuanti, perfino un angelo. E le due città si fondono, si compenetrano, si sfiorano ma non si toccano mai, la Londra Sopra ignora l'esistenza della Londra Sotto. Ecco la dicotomia (mi piacciono le dicotomie). La trama fa lo slalom tra le due città, grazie al suo protagonista, che per tutta la storia è un pesce fuor d'acqua in questa nuova e diversa realtà.
Neil Gaiman, il creatore di Sandman, è, come al solito, geniale. Si muove benissimo in questo campo, "leggero", perché è il genere che viene spesso definito "leggero". Inchioda ad ogni pagina, ad ogni angolo, ad ogni fermata di metropolitana inesistente. I suoi personaggi sono di una caratterizzazione prepotente, si impongono anche sul lettore (e sul malcapitato protagonista) con arroganza. E il lettore non può far altro che continuare a leggere, finché il libro non è finito. Un nuovo significato per la parola "avvincente".

Una citazione che condivido:

"Ho sempre ritenuto che la violenza fosse l'ultimo rifugio degli incompetenti, e le vuote minacce il santuario finale degli inetti senza speranza."

(il Marchese de Carabas)




permalink | inviato da il 7/4/2004 alle 21:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
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