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"...vidi un tramonto a Querétaro che sembrava riflettere il colore di una rosa nel Bengala..."
Jorge Luis Borges, "L'Aleph"

Questo blog è sottoposto a regime autocensorio. L'autore si scusa per le offese arrecate e si impegna a non pubblicare mai più post diffamanti.

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29 settembre 2006

Ritorno amaro.

1 maggio 2006

Basta.
Basta con la birra.
Basta.

Oggi si torna a casa.
Basta.

Ieri sera... ieri sera...

...ah, sì: dopo la spaghettata nella casa sul fiume, si è tornati di buon ora all'ostello. L'idea era questa: niente sbornia, facciamo i bravini, andiamo a letto prestino, così domani mattina saremo belli sveglini per non perdere il pullmino per Heindhoven e per prendere l'aeroplanino, diretto a casina. A disintossicarsi.

Purtroppo, il percorso obbligato che dall'ingresso dell'ostello porta verso la ripidissima scaletta e su su fino alle stanzette, passa accanto al bancone del bar.

La spina della birra era proprio lì, fresca, fedelissima, feconda, gocciolante, che attendeva solo un mio cenno.

E ha sorriso, la mia fedele spina della birra, quando le ho detto: sì, fammene una per favore.
Ha annuito e ha spinato le birre per me e per i miei amici. Grazie, o mia spina della birra, ti voglio bene.
E lei continuava a sorridermi e a spinarmi birra dorata e fresca. La sua paletta si piegava verso il basso, ancora e ancora, senza chiedermi niente in cambio, se non due euro e venti centesimi. Due euro e venti centesimi! Praticamente un prezzo simbolico.
Due euro e venti centesimi per tutto quell'oro nel bicchiere. Due euro e venti centesimi per tutta quella sua linfa fragrante e generosa.

- Domani mattina c'è un autobus per Heindhoven da prendere. Massì... ci facciamo l'ultima birra e poi a dormire il giusto sonno.

Al terzo giro, ho dovuto supplicare i miei amici sopravvissuti - e offrire - per non bere da solo.
Al quinto giro, piuttosto che non bere, ho bevuto da solo.

Poi il solito pastone confuso: il bianco dio della cucina che legge il suo libro, la televisione appesa al soffitto che sfarfalla tra MTV e la CNN, ignoti giovini che giocano a un ignoto gioco di carte, il lago verde del biliardo su cui navigano colorate sfere cosmiche, la mia coscienza che si riduce sempre di più.

Mi autodistruggo in un mare velenoso, amaro, dorato. Mi fa ridere l'immagine dell'ubriacone che beve per dimenticare. Cosa dovrei dimenticare? Non dimentico proprio niente, anzi, tutti i ricordi affiorano e si sfogano e si specchiano nel prossimo bicchiere vuoto. E il dolore che affiora si annebbia sopra di me e non riesco più a distinguere l'alba alla fine della notte.
Andare via, vorrei uscire in strada e andarmene, senza prendere aerei, treni, macchine, biciclette. No, non è vero. Adesso voglio fare una partita a quel biliardo lì. Da solo. Così sono sicuro di vincere. Anzi, ora mi siedo a quel tavolo e gioco a carte con quelli lì. O forse me ne starò qui a ricordare tutto, davanti a questo bicchiere semivuoto.

Nel frattempo, le lancette dell'orologio esploravano settori del quandrante a me sconosciuti.

Stamattina.
Suona la sveglia alle ore sei punto quindici.
Nello specchio, l'orrore di un volto sfigurato dal sonno e dall'alcool.

Basta.
Basta con la birra.
Basta.

Per tutto il viaggio non parlo molto, a parte qualche monosillabo e un paio di grugniti, ruminando pensieri impastati.
Non ho voglia di tornare a casa, non ho voglia di adagiare la mia carcassa sul divano, non ho voglia di niente.

Ora ho solo voglia di un'altra birra.




permalink | inviato da il 29/9/2006 alle 17:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

3 settembre 2006

Rito nazionale.

Dopo il museo, il rito nazionale.

Domanda: quale simbolo/feticcio rende noi italiani immediatamente e stereotipicamente riconoscibili agli occhi del resto del globo terracqueo?

Direi che molti sono i totem a cui gli italiani, da secoli, sono legati e imbavagliati: la pizza, il mandolino, pulcinella, la mafia, il giuoco del calcio, la mamma, arlecchino, il vino, Giotto, Leonardo da Vinci, il Colosseo, l'opera lirica, i poeti, i santi, i navigatori e molto altro.

Ordunque, prima di partire per l'Olanda, abbiamo deciso che era necessario ostentare in qualche modo la nostra italianità più becera, chiassosa e tamarra.

Scartati i navigatori e i santi, dato che si andava in aereo nella terra del peccato e della tentazione, non avevamo che da scegliere tra una vasta gamma di simboli e fuffaglia.

Non so ancora per quale motivo, i miei sodali non sono stati conquistati dalla mia brillantissima idea di andare in giro vestiti chi da pulcinella, chi da arlecchino, chi da Luciano Pavarotti provvisto, però, di coppola e lupara. Uno avrebbe suonato incessamente un mandolino, un altro avrebbe dovuto giocare in continuazione con un pallone cantando a squarciagola "Mamma" o una canzone a caso di Toto Cotugno, un altro ancora, una volta ad Amsterdam, avrebbe fatto il madonnaro per tutte le piazze dipingendo perfette riproduzioni della Gioconda, delle scene della Cappella Sistina e della Basilica di Assisi.
Il resto della compagnia avrebbe consegnato le pizze a domicilio.
Tutto questo indossando le improbabili parrucche che erano già in nostro possesso.

Proposta bocciata.

Si è deciso, alla fine, per il vino e gli spaghetti, i cui numerosi pacchetti sono stati equamente distribuiti fra tutti i bagagli.

La sacra liturgia della spaghettata, quindi, si consuma nella casa galleggiante dove vive il nostro agente ad Amsterdam.

Grandi sorrisi fra gli ospiti stranieri, un paio di vecchi amici olandesi e una tedesca: non c'è niente di più italiano di un italiano che cucina gli spaghetti al pomodoro, arrivati apposta dall'Italia. Niente a che vedere, ovviamente, con gli spaghetti che si mangiano, in genere, nei ristoranti all'estero.

Per non parlare del vino...

Maledizione, il vino.
Avevo rimosso di averlo dimenticato a casa
.

Stappiamo la bottiglia che, per mettere una maldestra pezza alla mia stupidità, ho comprato allo spaccio dell'aeroporto.

E mi ricordo del prezzo: 8 (otto) euro.
Fitta al fegato.

Mi astengo dall'assaggio e passo direttamente alla birra, acquistata su consiglio degli amici olandesi nel supermercato in centro ad Amsterdam.

E' ormai tre giorni che bevo solo birra e non tocco una goccia d'acqua.

"Squadra che vince non si cambia" affermo, tronfio.

La frase giusta, però, sarebbe: "se mischio con questo vino tutta la birra che ho bevuto finora, stavolta finisco al pronto soccorso."




permalink | inviato da il 3/9/2006 alle 19:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

11 agosto 2006

La città dopo la sbronza.

Arrivare al Van Gogh Museum è un'impresa.

Non tanto per la distanza dall'ostello, quanto per la considerevole massa di distrazioni che le strade di Amsterdam presentano.
Tra noi otto viandanti che cercano la strada per quella mèta irrinunciabile, le tele del pazzo, c'è chi vuole le confezioni di caffè aromatizzato, chi un tanga fatto con caramelline di zucchero inanellate in fili di nylon, chi la bandiera dell'Olanda - quella giusta, chi una ciambella glassata, chi un caffè, chi - urgentemente - un bagno.

La città, la mattina dopo il delirio, sembra un'altra: stanca, stremata, appena uscita da una colossale sbronza. La puoi vedere: ha gli occhi iniettati di sangue e barcolla per le sue stesse strade, cercando di ricordare i particolari della sera precedente. Poi mangia una ciambella glassata, sorbisce un lungo, brodoso e rilassante caffè, e riprende faticosamente, sussurrando, la sua normalità.
Per il centro sono già passati gli spazzini e potresti specchiarti nel selciato, ma l'immondizia della festa ingombra ancora le vie più periferiche, verso il museo.

Ricongiungimento con il nostro agente ad Amsterdam, un'oretta di coda alla biglietteria, e poi solo colori.




permalink | inviato da il 11/8/2006 alle 18:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa

23 giugno 2006

Il dio dell'ostello.

30 aprile 2006

E' molto diverso, l'odore, oggi.

Adesso è un profumo di sapone pregiato, che fa a pugni con le pareti graffitate e la moquette macchiata. Nella "hall" - se così si può chiamare - dell'ostello, sulla parete in fondo, una porta a soffietto è sempre aperta  su quella che sembra una cucina.
Fin da quando sono arrivato, ovvero dall'altro ieri notte, un uomo è seduto lì a un tavolo e legge un grosso libro. Grossi ricci bianchi. Fuma e legge, legge e fuma.

Dopo la doccia rigenerante di stamattina, non è solo l'odore ad essere diverso. E' diversa la visione delle cose, dei particolari, dell'insieme.

Ad esempio: quell'uomo che legge un librone, seduto al tavolo della cucina, così circonfuso da quell'ovatta di luce cotonata, sembra un dio nordico o di qualche religione ormai dimenticata, calato nel fumoso mondo umano per qualche misterioso motivo. Forse aspetta qualcuno.
Qualcuno da giustiziare? Qualche criminale recidivo da condannare agli inferi? Oppure qualche giovine da far innamorare di qualcun altro?

O forse è solo il capoccia dell'ostello.

Devo - anzi, dovrei - bere meno, almeno oggi.

Era destino che, prima o poi, qualcuno lo avrebbe notato. Era destino, inevitabilmente. E lui, di affari inevitabili, se ne intendeva.
Quello smilzo con gli occhiali seduto là, davanti al bancone del bar, lo stava fissando da troppo tempo. Forse aveva intuito, forse...

...che noia. Come aveva sospettato, un dio non poteva stare tranquillamente a leggere il testo da lui stesso dettato e tramandato neanche nella cucina di uno sperduto ostello di Amsterdam.

A proposito, quanti errori in quel testo. Quante male interpretazioni, quante interpolazioni, intere frasi travisate, concetti completamente stravolti.
Avrebbe dovuto saperlo. Non avrebbe dovuto rispettare tutta quell'assurda trafila, quella burocrazia celeste: dettare la dottrina a un arcangelo, che l'avrebbe dettata a un cherubino, che l'avrebbe dettata a un angelo, che l'avrebbe dettata al mortale prescelto di turno o al gruppo di mortali eletti, mediante sogno, visione, epifania, apparizione, voci dall'oltretomba e/o infusione divina. Mortali prescelti che sarebbero stati solo i capistipite di una serie di numerosi stramboidi visionari, che avrebbero preso il testo e lo avrebbero soppesato, valutato, tradotto, chiosato, annotato, copiato, inanellato, infiorettato, qui non va bene, qui va corretto, questa parte è superflua, qui è a posto ma andrebbe modernizzata, questa cosa va spostata qui e questa lì, ecco finalmente un testo sacro come si conviene, la divinità voleva senza dubbio dire questeqquello e chi cambia una virgola è un apostata.
Fino alla successiva revisione ufficiale.

Avrebbe dovuto saperlo, e in effetti lo sapeva, ma ci aveva provato lo stesso.

Certo.
Vero è che non era stata poi un'idea così geniale cercare tranquillità in un ostello di Amsterdam proprio il week-end della Festa della Regina, quando 700.000 stramboidi visionari avrebbero invaso canali, vie, locali e soprattutto ostelli.

Riflettendo, pensò di nuovo che, a suo tempo, avrebbe dovuto dettare di persona tutta quella roba, senza intermediari.
A uno sano, però.




permalink | inviato da il 23/6/2006 alle 1:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa

20 giugno 2006

Collezione.

In una grande piazza troviamo le giostre.

Tra le altre macchine per vomitare c'è una grossa fionda: i masochisti paganti stanno dentro a una palla, legata a due elastici. A ogni giro di giostra, la palla viene fatta rimbalzare senza cognizione su e giù per i vasti e nuvolosi cieli olandesi. Dentro alla palla urlano come bestie al mattatoio.
Osservo inorridito la scena e mi chiedo come facciano i loro succhi gastrici a rimanere tranquilli nella loro naturale sede.
Alla fine decido di non salire sulla giostra: mi rovinerei certamente la pettinatura finta. E dovrei spendere il resto del pomeriggio cercando di recuperare il cappello da cow-boy di velluto sintetico arancione fosforescente da qualche guglia del palazzo di fronte. Con quello che mi è costato, me lo porterò perfino a dormire, al posto della cuffietta da notte.

All'improvviso, mi ricordo che è il momento giusto per proseguire la mia collezione.

Mi si dice che una collezione è composta da molti pezzi che hanno in comune qualcosa tra loro. Per esempio, una collezione di dizionari e grammatiche raccoglie i manuali delle varie lingue, mentre una collezione di piante grasse è costituita da piante che in comune hanno il fatto di essere, appunto, grasse.
La collezione che, da un po' di anni a questa parte, ho intrapreso è la raccolta delle bandiere dei paesi in cui ho viaggiato.
Per ora, il totale dei pezzi in mio possesso raggiunge la cifra di uno: la bandiera del Messico. All'ovvia obiezione per cui un solo pezzo non potrebbe chiamarsi "collezione", rispondo che se l'assortimento - per ora - è ai minimi termini è solo perché ho deciso per questo hobby molto tardi rispetto ai viaggi in cui avrei potuto dotarmi degli altri elementi della serie.

E la bancarella di fronte alla giostra mi sembra una buona occasione per mettermi a posto almeno per quanto riguarda questo viaggio. Il tizio indiano vende un po' di tutto: monili da quattro soldi, foulard, pipette kitch, magliette con la foglia di marijuana, bandiere di un po' tutti i paesi del mondo.
Gli chiedo la bandiera olandese: i colori blu, bianco e rosso disposti in tre fasce orizzontali. Me ne fa vedere una appesa. E' lei. Annuisco e me ne incarta una. 18 euro.

Finalmente il secondo pezzo della mia collezione! Anche questo, come vuole la tradizione, acquistato sul posto. Giro per il resto della sera con il prezioso sacchettino, e a tutti i miei amici che, incontrandomi prima di cena davanti all'ostello, mi chiedono "cos'hai comprato?" narro l'affascinante storia della collezione, della bandiera messicana che, poveretta, se ne sta da sola a casa, del particolare tricolore olandese che potranno presto veder garrire al vento, trofeo della mia personale, pacifica invasione.
Salgo in stanza e sono come un bambino eccitato, getto da una parte parrucca e cappello, disfo il sacchettino e spiego alla cruda luce delle lampadine il nuovo acquisto blu, bianco e rosso.




permalink | inviato da il 20/6/2006 alle 19:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa

18 giugno 2006

Capelli.

Ci sono domande, nella vita di un uomo oltre la soglia dei trent'anni, che non possono essere evitate.

Chi sono? Dove sto andando? Arrivato a questo punto, riuscirò mai a conseguire un titolo di studio? Da che lato va indossata questa parrucca?

L'ultima di queste domande, ora, è la più pressante. Tuttavia non si tratta di quel tipo di parrucca sofferta e ingiusta, quella che segue lo sconforto, doccia dopo doccia sempre più profondo, che si può provare osservando interi squadroni di capelli disperatamente avviticchiati attorno ai denti di un pettine. Quella che cerco di indossare è una di quelle parrucche dal colore e dalla foggia così posticci da non poter essere scambiata non dico per capigliatura vera, ma neanche trapiantata. Certo, chi potrebbe mai volersi trapiantare capelli lisci lunghi color violetto lucido, tendente al setoloso?

Mentre all'interno dell'ostello di Amsterdam nessuno fa caso a noi, nove matti che si scambiano parrucche dalle forme più diverse, finalmente riesco a trovare il giusto verso del mio camuffamento, risolvendo almeno una delle quattro domande fondamentali di cui sopra.

Per le altre tre ci penserò in seguito, magari durante la sbronza che certamente concluderà la giornata.

Giriamo così combinati, mascherati da imbecilli, irriconoscibili in una città in cui nessuno ci conosce. La sensazione di apparire perfettamente nella norma ci arriva non appena messa la testa capelluta fuori dall'ostello.

Un vero corteo delirante di baldoria attraversa tutto il centro. Non esiste niente che non sia arancione e/o mascherato in modo strambo e per le strade fioriscono le festicciole davanti ai locali e ai negozietti di peyote.

Non posso resistere: l'impulso di avere addosso qualcosa di intonato alla massa mi costa ben 10 euro non trattabili: con un cappello da cow-boy di velluto sintetico arancione fosforescente che sovrasta la chioma violetto lucido tendente al setoloso, entro finalmente nella pienezza della bruttura pesante da vedere, proprio come desideravo.
E, conciato così, con una seria espressione da intellettuale la cui acconciatura è in realtà una performance artistica, circolo per le affollatissime vie di Amsterdam, nel giorno culminante della Festa della Regina.

Due ragazzine hanno messo in mezzo alla strada una pedanina di legno e improvvisano una sgangherata danza per chiunque dia loro un euro. Le bancarelle per le strade vendono qualsiasi cosa, dagli oggetti vomitati dai solai ai mobili di antiquariato. Per i canali, ogni barchino abbastanza capiente per portare una consolle da dj rappresenta un rave affollatissimo: osservo da un ponte la sfilata arancionissima di barche piene quasi all'affondamento di gente che balla, beve, tira noccioline da prua verso le bocche spalancate di poppa e viceversa. Per qualche motivo a me oscuro, una coppia di giovani cala da un'alta finestra di una casa un canguro gonfiabile fra la folla: non appena qualcuno cerca di prendere il canguro, i due ragazzi alla finestra danno uno strattone al cordino, lasciando il passante a mani vuote, e se la ridono.
Fuori da un pub dove ci fermiamo a bere, c'è un uomo con un ermellino impagliato appeso ai bottoni della giacca. Guardo meglio: sì, quest'uomo sta girando proprio con un ermellino impagliato appeso davanti a sé. Mi guarda. Vede i miei capelli violetto e il cappello arancione fosforescente. Raddrizza bene l'ermellino e alza un sopracciglio come per dire "sei veramente strambo".




permalink | inviato da il 18/6/2006 alle 13:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

7 giugno 2006

Ostello.

29 aprile 2006

Come si fa a dire che il mattino ha l'oro in bocca?

Nella mia bocca, l'alchimista ha sbagliato la formula della pietra filosofale. Doveva essere un alchimista particolarmente stupido e cocciuto, perché avendo visto il risultato dell'esperimento condotto sulla mia ugola, mentre dormivo non si è fermato e ha ripetuto il fallimento anche sulle papille gustative, sull'intera lingua, sulle gengive, sui denti e su tutto il resto.
Così, svegliandomi, mi ritrovo il cavo orale impastato non dall'oro, che il mattino avrebbe dovuto avere, ma da una reazione chimica andata a male.

Un letto sconosciuto, nel frattempo. Lenzuola e coperte polverose. La rete di un altro letto a castello sopra di me, come sospeso. Stanza stretta, spoglia, altri letti a castello, tutti occupati da corpi immobili. Dalla finestra suoni di bonghi e voci e musica techno.

Guardo l'orologio: le dieci del mattino.

Ah, già. Ora ricordo: Amsterdam.

E mi si riversa nel cervello anche tutto il resto: l'atterraggio, l'arrivo alla stazione, la notte luminosa, la viva strada dell'ostello, l'ostello.

Oh, mio Dio.

L'ostello.

Credo sia la peggiore bettola fumosa in cui io abbia mai messo piede.
L'atrio stretto, ermetico, e la porta interna che si è aperta solo quando abbiamo compilato e firmato dei moduli.
Al di là di quella porta, il bar: adesso ricordo perfettamente le luci rosse e arancioni soffuse che ammorbidivano tutto in un alone di fumo di sigaretta misto a canna. In questo "tutto" c'erano anche energumeni massicci in canotta e cappellino al bancone con una birra in mano, e altri cloni di scaricatori di porto al biliardo. Per un momento si sono fermati tutti, uno stereotipo da saloon che mai avrei pensato di vivere nella vita vera, rapida occhiata di registrazione, e le stecche sono tornate a scorrere tra le dita, le palle del biliardo a rotolare con uno schiocco, le birre a scorrere.
Mi ricordo anche di un tizio, seduto a un tavolo in una stanza al di là del biliardo, che leggeva un grosso librone. Messo lì, in quella specie di cucina incasinatissima, pareva essere imperturbabile. Dava l'idea che se fosse scoppiata una rissa, il turbine lo avrebbe circondato, ma lui non avrebbe fatto una piega e avrebbe continuato a leggere il suo librone.

E ricordo anche il cesso. No, non "bagno", ma proprio "cesso". L'unica differenza con il cesso dell'Università Statale di Milano credo sia l'elevato numero delle lingue in cui erano scritti gli annunci sulle luride piastrelle. Niente scarafaggi, devo dire, ma non ho esplorato gli angoli scuri. Diciamo che mi sono guardato bene dall'esplorare qualsiasi angolo che non fosse ben illuminato.
Uno specchio piccolo, rotto e consumato mi ha restituito una faccia tirata e incredula.

Poi ricordo che erano le due del mattino quando abbiamo riposto i bagagli, chiuso la camera e immersi nelle vie animatissime di una città nuova e formicolante.
L'ostello, inevitabilmente, si trova in Warmoesstratt, la via dei coffe-shop, dei sexy-shop, dei tutto-shop: di ieri sera ricordo bene lo shock culturale delle canne vendute e fumate ovunque, dei rutilanti giocattoli per adulti alla vista di tutti, dei locali gay, davanti ai quali improbabili vetrine di improbabili negozietti mostravano improbabili manichini vestiti di pelle nera, cinghie, lattice, cerniere, borchie.

Un paio di vie più in là e le ragazze nelle vetrine vendevano sé stesse ai turisti, dimenandosi e gesticolando a chiunque si fermasse a guardare.

Riesco a ricordare un pub, ma tutto si sfuma a partire dalla terza birra.

Colazione.
E' ora di fare colazione.




permalink | inviato da il 7/6/2006 alle 15:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa

30 maggio 2006

Volo.

Non c'è niente di cui aver paura.
Non c'è niente di cui aver paura.
Non c'è niente di cui aver paura.

Lo ripeto come un sacro mantra a quelli dei miei amici che non hanno mai volato, ogni volta che scorgo un tremore nella loro espressione, ogni volta che mi domandano cosa si prova a stare a quelle altezze assolutamente innaturali.

Non c'è niente di cui aver paura.

Te lo posso dire io, che ho volato tante volte, ho attraversato l'oceano, e, una volta, tornando dall'Egitto, si è perfino spaccato l'aereo in volo.
Mi guardo bene, però, dal raccontare quest'ultima cosa, che mi ha causato una bella esperienza di pre-morte.

Così, davanti all'imbarco per Amsterdam, faccio il duro, lo spaccone sicuro di sé, batto con brillantezza pacche sulle spalle a destra e a manca, continuo a sfogliare i documenti del volo con indifferenza, giocherello con la penna, continuo a guardare l'ora e a calcolare il ritardo che stiamo accumulando.

Nervoso? Chi? Io?

Saliamo sull'aereo.
Non c'è niente di cui aver paura.
Ci mettiamo una vita e mezza. Ogni passo sono 5 anni.
Non c'è niente di cui aver paura.
Passano quattro vite, mentre tentiamo di sederci ai nostri posti.
10 vite, prima che l'aereo accenda i motori e cominci il suo cammino sulla pista.
Non c'è niente di cui aver paura.

Non so più che ore sono. Perché i miei compagni di viaggio sono così tranquilli? Ma non avevano paura di volare?

Plin-plon.
Allacciare le cinture.

Maledizione! Perché proprio adesso non avete paura? Maledizione!

Decollo.
Schiacciamento verticale.

Non c'è niente di cui aver paura.
Fatemi immediatamente scendere da questa trappola.




permalink | inviato da il 30/5/2006 alle 15:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

15 maggio 2006

Caffè.

Problema.
Se x sono le ore di anticipo con cui arriviamo all'aeroporto di Orio, y il ritardo del volo, accumulato per il maltempo, e t il coefficente di tensione che sempre si aggrappa alle mie spalle ad ogni partenza per un viaggio, allora

(x + y)t = z

ove z è il tasso di noia tendente alla morte cerebrale.

Caffècaffècaffè! Mi drogo di caffè fino quasi all'overdose, per combattere l'apatia. Ed ecco che la droga scura accende la lampadina, mettendo in moto un meccanismo mentale perverso.

"Allora: calze, scarpe, mutande, camicie, felpa, pantaloni, spazzolino da denti, asciugamani, parrucche, riviste e libri per il nostro agente ad Amsterdam, macchina fotografica, cartina, blocco, penna... ho preso tutto?"

Questo è il classico discorso che si fa sulla porta di casa, con la valigia già fatta.
"Eppure sento che sto dimenticando qualcosa. Non so cosa, ma sento anche che quando mi renderò conto di quello che sto dimenticando, sarà senza dubbio troppo tardi, e mi metterò le mani nei capelli, perché sicuramente è una cosa importante. Che dico? Vitale."

Così, eccomi davanti alle uscite numerate degli imbarchi, all'aeroporto, con il caffè che attraverso il sangue pompa nel cervello un'ossessiva e inopportuna domanda: "Cosa hai dimenticato? Cosa hai dimenticato?"

Crick.

Una delle ruote degli ingranaggi, lubrificata dal caffè, si muove e scricchiola.

Crick grind.

Quando inoculo caffè nell'intelletto, l'effetto è sempre lo stesso: è come se un enorme mammuth meccanico cominciasse a divincolarsi farraginosamente dal grosso cubo di ghiaccio in cui era conservato.

Grindgrind.

"Le calze: prese."

Grindgrindgrind.

"Le mutande: prese."

Grindgrindgrind crick crick.

"La macchina fotografica: presa."

Grindgrindgrind crick crick sgraaaaaat!

Ecco l'ingranaggio giusto, quello fatale.
Ho dimenticato la cosa più importante di tutte: il vino.
Eccole là, sul balcone di casa mia, le tre bottiglie di vino eccellente comprate apposta.
Il nostro agente ad Amsterdam mi scuoierà e, così spellato, mi impanerà nel sale e nel dolore.

Idea: comprare un vinello allo spaccio dell'aeroporto.
Una bottiglia: 8 euro.
Vinaccio schifoso.
Che tristezza.

Maledetto caffè. Avrei dovuto prenderlo a casa.




permalink | inviato da il 15/5/2006 alle 22:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa

9 maggio 2006

Panico.

28 aprile 2006

La data nell'intestazione è una sola, ma a me sembra di vivere almeno tre giorni insieme.

La mattinata ha un'orrenda chioma di telefonate e preoccupazioni che si contorcono e si mordono tra loro come serpenti formicolanti e rabbiosi.
Si è deciso di andare all'aeroporto prendendo prima il treno, divisi tra varie stazioni per i rispettivi impegni lavorativi, poi l'autobus-navetta.

Le voci corrono in fretta, però, e una parola fa gelare il sangue nei sistemi cardio-circolatori: sciopero.

Come sciopero? Chi ha detto sciopero? Sciopero di chi? Di quale servizio? Per quale motivo?

Panico.

Niente paura: lo sciopero riguarda solo metropolitane, tram e autobus di città.
Meno male, l'abbiamo scampata bella. E invece non l'abbiamo scampata bella per niente: giusto perché pressato da altri, più scrupolosi di me, scopro con sgomento che l'autobus-navetta per arrivare all'aeroporto aderisce allo sciopero.

Panico.

Niente paura: rimediamo subito un paio di passaggi in macchina, evitando il treno.
Fermi tutti! Autostrada Milano - Bergamo il sabato del week-end lungo? Quando proprio quel tratto sembra una variegata colonna di formiche paralitiche?

Panico.

Niente paura: partiremo con eoni di anticipo e, se anche l'autostrada fosse intasata, non dovremmo aver bisogno del vecchio trucco della telefonata anonima che annuncia un falso allarme-bomba.

Troppo panico, per una sola mattina, per un solo viaggio.




permalink | inviato da il 9/5/2006 alle 19:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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