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"...vidi un tramonto a Querétaro che sembrava riflettere il colore di una rosa nel Bengala..."
Jorge Luis Borges, "L'Aleph"

Questo blog è sottoposto a regime autocensorio. L'autore si scusa per le offese arrecate e si impegna a non pubblicare mai più post diffamanti.

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23 marzo 2005

Frida.

E' un film sulla sofferenza e sulla sua espressione mediante la pittura.

In modo abbastanza inconsueto, due arti così diverse (eppure così simili), la cinematografia e la pittura, si uniscono a formare la storia di un'artista che ha fatto dell'introspezione e del dolore l'oggetto principale della sua produzione.

Ci sono attori che sembrano nati apposta per certi personaggi. Penso, per esempio, al Jack Torrance di "Shining": Nessun altro, credo, avrebbe potuto interpretarlo se non Jack Nicholson. Come si dice nelle recensioni, per evitare o non ripetere il verbo "interpretare"? Di solito si usa il verbo "essere". Così: "in questo film, Jack Nicholson è Jack Torrance, il guardiano dell'Overlook Hotel." Verissimo. Mai verbo fu semanticamente più azzeccato: "è".

Analogamente, Salma Hayek è Frida Kahlo. Con la sua focosità, la sua tremenda forza vitale, la sua capacità di resistere a un dolore fisico lungo un'intera vita, con la passionale pienezza e la luminosa pastosità delle forme racchiuse nei suoi quadri. E soprattutto con il contraddittorio, infedele, burrascosissimo amore per Diego Rivera (bravissimo Alfred Molina), amore contradditoriamente, infedelmente e burrascosissimamente ricambiato. Salma Hayek è Frida, indiscutibilmente.

E Frida è la sua arte. Nel film i suoi quadri prendono vita, si animano, si confondono con la realtà. Il film come rappresentazione artistica di una rappresentazione artistica.

E poi c'è il Messico. Ci sono i suoi colori, la sua mentalità. La sua musica e le sue canzoni. I cimiteri pieni di gente raccolta a metà tra la festa e la preghiera, pieni di candeline e di tutti gli oggettini e scheletrini che noi europei definiremmo "macabri". I fiori fra i capelli, i bellissimi vestiti tradizionali, le farfalle. L'amore.

Sento che non ne sto parlando abbastanza, sento che non ne sto parlando adeguatamente, in modo da rendere l'idea di cosa questo film mi ha ricordato, nonostante ci abbia messo molto tempo per preparare questo post (scrivi, cancella, scrivi ancora, cancella ancora, recupera quello che hai appena cancellato, scrivi, cancella tutto e rifai da capo).

Una scena: la festa a casa di Tina Modotti (una delle più grandi fotografe del secolo scorso). Tra i due litiganti (Diego Rivera e un David Alfaro Siqueiros interpretato da Banderas), il sorso di tequila più lungo porta Frida alla sensuale danza con la Modotti. Frida è la rottura degli schemi e delle convenzioni. Quello che si dice una vera "rivoluzionaria".




permalink | inviato da il 23/3/2005 alle 17:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (33) | Versione per la stampa

2 marzo 2005

Cineforum 2.

- Emanue', io mi vergogno come un ladro... cosa penserà la cassiera quando ci vedrà arrivare con questi film? Uno solo poteva anche non destare sospetti, ma addirittura due Lini Banfi e un Abatantuono?
- E che sarà mai? Non c'è niente di cui vergognarsi. Sono tre Film con la "F" maiuscola, questi. Classici puri. In ogni caso, lascia parlare me.

Signorina!
Affittiamo questi tre. Ecco la tessera.

Intuisco dal suo sguardo perplesso un giudizio negativo nei confronti miei, del mio amico qui, e dell'altro nostro compagnuccio, che è lì fuori a rovinarsi di tabacco (lo vede? E' quello con sciarpa e berretto, sì sì, proprio quello).
Ora. Nonostante le circostanze concorrano a creare spiacevoli equivoci, non si lasci ingannare dalle fallaci apparenze. Si dà il caso che stiamo conducendo uno studio antropo-sociologico sul cinema trash in Italia nei primi anni '80. Capirà, quindi, come, riguardo a queste pellicole, il nostro sia un approccio strettamente professionale, un freddo sguardo puramente legato a un interesse scientifico, scevro di qualsiasi giudizio sul loro valore artistico.
Capisce, signorina?

- Sì, sì, certo... ecco i film. Mi raccomando: non studiate troppo.




permalink | inviato da il 2/3/2005 alle 13:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa

1 marzo 2005

Cineforum.

Ci sono serate in cui sento di avere bisogno di riflettere, in cui la superficialità e la leggerezza tipica di tanti sabati sera, annaffiata abbondantemente di birra rossa o chiara, non soddisfa la mia curiosità culturale, la mia costante tendenza a domandarmi chi siamo, cosa stiamo facendo, qual è il nostro scopo.
L'ultimo sabato. Esattamente una di quelle serate.

Ci troviamo al solito posto per decidere dove andare e cosa fare. Siamo in tre. Stavolta, però, non ho voglia del chiasso dei locali (pieni dei soliti ragazzini), dei discorsi alcoolici senza né capo né coda, delle scomode seggiole di legno su cui sono costretto ad appollaiarmi tutte le volte, incapace di trovare una posizione delle gambe che non mi procuri ematomi, paralisi delle ginocchia, sciatiche, fratture multiple femorali.
Così approfitto dell'esiguo numero dei compagnucci (di cui uno in fase di riflessione profonda) per lanciare la proposta alternativa.

- Ragazzi, film?
Approvato.

Il cinema è una mia passione profonda. Ammetto che, in realtà, mi mancano capitoli importanti della storia della cinematografia, ma i propositi mirano in alto e conto di colmare presto le mie imperdonabili lacune. Storie, intrecci, immagini, sequenze, colonne sonore, piani, metafore. Questa forza rappresentativa mi colpisce sempre e comunque, anche se il film è brutto, o noioso, o gridato, o (apparentemente) privo di senso, o stereotipato. Questo, però, rientra nel puro gusto personale.

Alla fine, dunque, siamo d'accordo. Rapido passaggio al videonoleggio e scatta la serata cineforum.
La scelta, decisione condivisa all'unanimità, sarà per un film, anche se già visto, che stimoli qualcosa, che ci lasci, almeno, la soddisfazione di non aver passato un'altra serata ad evitare di pensare, di crescere, di scavare nella propria consapevolezza.

Nel colorato videonoleggio, dopo aver scartato le scontate pellicole del facile successo di massa, davanti allo scaffale del cinema d'autore, culturalmente insaziabili, non abbiamo dubbi e decidiamo per una maratona di rara eccezione: "Il Ras del quartiere", "L'allenatore nel pallone", "Vieni avanti cretino".




permalink | inviato da il 1/3/2005 alle 13:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa

1 giugno 2004

The day after tomorrow.

E' un film sull'inevitabilità del disastro.

Roland Emmerich (autore anche di costosissime colpe cinematografiche quali "Indipendence day", "Godzilla", "Il Patriota", ma soprattutto del capolavoro, bibbia di ogni egittologo che abbia voglia di divertirsi, "Stargate") ci ha confezionato un film che vorrebbe farci riflettere su ciò che stiamo facendo al nostro pianeta. In realtà si diverte a immaginare cosa succederebbe se il mondo gelasse in 10 giorni. Perché è questa la storia di fondo: il mondo gela in 10 giorni sotto una tempesta globale. Sotto la lente di ingrandimento del film: gli USA e New York.
Soprattutto il divertimento di immaginare la devastazione (proprio) a New York è essenzialmente catartico (ma pudico: niente morti palesi in vista, solo pochi mortini congelati: chi vuole la truculenza rimarrà deluso). Niente è più stupefacente che sperimentare l'alluvione tra i grattacieli, la statua della libertà inabissata tra i ghiacci eterni. E qui è ovvia la citazione dal (vecchio) "Pianeta delle Scimmie".
Grandi effetti speciali, grandi paesaggi glaciali, che si possono godere in pieno solo avvolti dallo schermo di un cinema.
In quasi ogni kolossal del recente catastrofismo in cui la terra è in pericolo (meteroriti, alieni, surriscaldamenti del nucleo terrestre, e così via), l'uomo (in genere statunitense) trova la forza, il coraggio e l'abnegazione di agire e di salvare se stesso e il resto del mondo.
Questa volta no. Questa volta, contro il cambiamento del clima, non c'è bomba atomica che tenga, e si subisce. Questa volta è il si-salvi-chi-può. E questo è indicativo, come molti commentatori hanno fatto notare, delle nuove paure statunitensi: paura, prima fra le altre, dell'impotenza davanti alla tragedia.
Non spenderò che poche parole sulla storia in primo piano, di cui il protagonista è lo scienziato che aveva previsto il cambiamento climatico (inascoltata cassandra nell'ambito della denuncia ambientale-cinematografica dell'amministrazione statunitense rappresentata da un vicepresidente che somiglia in tutto a Dick Cheney) e suo figlio, bloccato a New York: tutto (bene o male) già visto. Rapporto padre-figlio, bla bla bla, l'amicone-macchietta preposto alla battuta, bla bla bla, storiella d'amore, bla bla blaaa. Tutto (bene o male) già visto.

Una scena degna di nota: il Messico che chiude le frontiere ai profughi statunitensi. Puro riscatto catartico.




permalink | inviato da il 1/6/2004 alle 0:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa

26 maggio 2004

Kill Bill.

Io so perché si chiamano "88 folli".
Nei due film, Tarantino non lo spiega, ma io lo so. Dice solo che si fanno chiamare così, pur non essendo esattamente 88.

In effetti, 88 sono i tasti del pianoforte, e, a parte l'autocitazione delle "Iene", sono vestiti di bianco e nero.




permalink | inviato da il 26/5/2004 alle 13:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa

9 gennaio 2004

Il posto delle fragole.

In memoria di Ingrid Thulin, grande attrice svedese, morta ieri a Stoccolma all'età di 75 anni, mi decido a fare questa recensione, già in agenda dalla fine di dicembre. In questo film di Ingmar Bergman, Ingrid Thulin interpreta magistralmente la nuora del professore protagonista.

E' un film sul rimpianto, sull'introspezione e sulla coscienza (nel senso colpevolizzante del termine).

La trama, apparentemente semplice, si snoda nell'autocoscienza di un vecchio professore che compie due viaggio paralleli. Un viaggio (fisico) in automobile verso una cerimonia di premiazione per la sua carriera di medico, e un viaggio (mentale) attraverso visioni introspettiche dei suoi ricordi, raccontati cinematograficamente come sogni inarrestabili ed ormai immutabili (e per questo certamente dolorosissimi). Lo scambio realtà-visione colpevolistica è continuo e i protagonisti dei ricordi diventano come fantasmi che si pongono negli interstizi fra i personaggi che circondano il professore durante il viaggio (notevolissima la scelta di Bergman nell'alternare le visioni alla realtà con precisione cronometrica)... personaggi che, reali (come gli autostoppisti e l'emblematica coppia dell'incidente) o immaginari/passati (come il vero amore perduto), ruotano attorno al protagonista come un pedagogico, metaforico (ma tardivo) turbine.

Nel rendersi conto che suo figlio sta diventando esattamente come lui (egoista e quindi irrimediabilmente solo), il professore inorridisce e (un po' legnosamente, data l'abitudine alla freddezza), tenta di redimerlo. Quasi un complesso di Edipo al contrario.

Una scena: il terribile esame immaginario che fa da contraltare alla brillante e isolante carriera del professore. Alla fine dell'esame, il presagito fallimento: l'umiliante visione del ricordo in cui la moglie fedifraga, dopo aver consumato il tradimento, lo mette davanti alla realtà dell'angosciante solitudine.

Il mio primo Bergman non si scorda mai.




permalink | inviato da il 9/1/2004 alle 23:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

18 dicembre 2003

Appuntamento a Belleville.

E' un film sul ciclismo e sulla musica. E forse anche sul tempo.

La caratteristica principale di questo splendido film di animazione è proprio l'esagerazione.
Ogni personaggio è esagerato. E' esagerato nella caratterizzazione, nell'aspetto fisico, in tutto. E l'esagerazione rende esattamente "personaggio": il barbiere italiano, il meccanico che somiglia a un topo, il cameriere ossequioso e flessuoso come una canna di bambù, lo stesso protagonista, una (deliberata) caricatura d'epoca di Fausto Coppi.
Il creatore, Sylvain Chomet (francese... e l'aria di Francia si respira in tutta la pellicola), ha voluto deliziosamente muto (ma solo nei dialoghi) questo film. E' per questo che credo sia un film sulla musica, a prescindere dalla spassosissimo jazz delle nonne. Nota: all'inizio del film compare Glenn Gould che, nella finzione animata, suona la Fuga n° 1 dal Clavicembalo Ben Temperato di Bach. E' lui, ne sono sicuro: ed è tanto importante quanto quel brano consegna il resto della colonna sonora al film.
Insomma: i minuti di parlato si riducono all'osso tanto che le battute si possono contare sulle dita di una mano.
Tecnicamente l'animazione è buonissima, niente è lasciato al caso.
Ciò che più impressiona sono i fondali: dalle visioni acquarellesche della campagna (che assomigliano ai lavori di Folon, che io amo alla follia), a tenui tinte pastello, sempre riposanti, all'apocalisse infernale dei palazzi e dei grattacieli stile liberty di Belleville (leggi: U.S.A.), più alti di quanto qualsiasi regola della fisica possa permettere... e curiosamente l'equivalenza megalopoli = obesa-tracotanza-contro-natura-del-denaro non mi è nuova (vedi il maestro Miyazaki)...

Straordinario e delicato, omaggio al cinema e alla sua storia, "Appuntamento a Belleville" è un inno alla tenacia (e per me quanto è confortante, questo inno!), chiave di ogni impresa. Nulla è impossibile.




permalink | inviato da il 18/12/2003 alle 0:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

2 dicembre 2003

Nosferatu.

L'altro giorno mi sono riguardato dopo tanto tempo il caro, vecchio Nosferatu di Herzog (in VHS).

Film dai contrasti ossimorici, completamente palesi nelle scene in cui gli appestati, condannati a morte certa, banchettano e fanno festa per la strada, ingombra di topi e bare (devo ammettere che mi è venuta voglia di leggermi Camus).

Il senso dell'orrore, del tetro e del buio grava su tutto il film (fin dai titoli di testa: inquadrature sulle mummie, che mi hanno ricordato moltissimo le mummie messicane di Guanajuato), anche le scene più luminose hanno un che di "sbagliato", di alterato, di innaturale. Un particolare ha catturato la mia attenzione: nelle scene in cui compare Klaus Kinsky - Nosferatu, è straordinaria la divisione tra il mondo "normale"/mortale (a colori) e il non-morto (in bianco e nero) anche e soprattutto all'interno della stessa inquadratura.

Ovviamente è inutile il confronto fra il "Dracula" di Coppola (in cui il sangue è vita) e Herzog (la non-morte è maledizione eterna, i secoli passano e i giorni si ripetono tutti uguali nella loro futilità), troppo diversi, troppo distanti anche come interpretazione del messaggio (devo ammettere che mi manca il Nosferatu di Murnau, con cui credo il confronto abbia più senso).

La distruzione finale del vampiro mi è risparmiata. Johnatan Harker si porta una mano al cuore, udendo dal piano di sotto il colpo secco (ma non unico) del paletto di Van Helsing che pone fine al mostro.

E' interessante la causa della morte del mostro: la tentazione carnale. La forza fisica del vampiro, la sua astuzia, i suoi malefici poteri sovrannaturali, la sua morte nera portata dai topi, a nulla sono valsi di fronte alla debolezza più grande.

Due scene: Nosferatu corre nella notte per le strade deserte, a grandi falcate, come se stesse giocando con l'orrore: è il protagonista, è il padrone della città.

L'altra scena (già citata), contraltare al buio deserto metropolitano, dominio incontrastato del vampiro: Lucy si aggira per le strade in cerca del mostro, e attonita osserva i folli festeggiamenti degli appestati. Le strade sono luminose, perché è giorno, non sono deserte ma brulicanti di vita e di morte allo stesso tempo (i topi, gli appestati e le bare: tre stadi fra la vita e la morte, oppure anche tre stadi della morte stessa). Lei osserva, è invitata a partecipare ma non è la padrona della scena. Osserva e basta, si aggira come spaesata, viene toccata appena dalle danze insensate, ma non vi partecipa. Lei cerca il suo rapporto personale con il mostro, per sconfiggerlo.

Note finali: bellissimo il paesaggio dei Carpazi, sempre più tetro, difficile e brullo man mano che ci si avvicina al castello del conte.

E come non apprezzare la colonna sonora? Il bellissimo canto che sovrasta ogni suono nelle scene della peste fa semplicemente accapponare la pelle... credo sia il "Sanctus" di Gounod ma non sono sicuro (controllerò e, se necessario, correggerò).




permalink | inviato da il 2/12/2003 alle 14:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

10 novembre 2003

Dogville.

E' un film sull'accettazione dell'estraneo.

L'ambientazione è claustrofobica perché agorafobica è la comunità di Dogville. La chiusura è la soluzione per la comunità. Lo straniero, il diverso, l'estraneo ha già una colpa, quando cerca di inserirsi: quella di essere straniero, diverso, estraneo. Tuttavia, in questo, pur cercando di espiare questa colpa, pur non riconoscendo mai questa chiusura, ci sarà sempre una briciola in fondo al cuore della comunità che sobillerà il peggior istinto: quello del gregge. La logica del gruppo, o meglio, del branco è più forte dell'amore e perfino del pensiero. Questo, in superficie, sembra comunicare Von Trier.

Per quanto riguarda gli attori, indubbiamente Nicole Kidman è in piena forma, e Ben Gazzara nela parte del cieco che, per vanità, fa finta di non esserlo è protagonista di una scena delle più intense, in cui delle tende vengono aperte con lo "Stabat Mater" di Pergolesi come colonna sonora.

Un film geniale, che va visto un po' di volte per poter apprezzarne tutti i piani di significato. Dato che ho visto questo film una sola volta, mi riprometto di aggiornare questo post in futuro, per inserire altre impressioni.




permalink | inviato da il 10/11/2003 alle 15:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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