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"...vidi un tramonto a Querétaro che sembrava riflettere il colore di una rosa nel Bengala..."
Jorge Luis Borges, "L'Aleph"

Questo blog è sottoposto a regime autocensorio. L'autore si scusa per le offese arrecate e si impegna a non pubblicare mai più post diffamanti.

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11 marzo 2005

Pensiero di un disfattista 2.

"...un mezzo anno, un solo mese di guerra, costa più di quanto non valga tutto quanto può portare."

"Non uccidere" - H. Hesse

Qui, in questo spazio, sto raccontando e sto scrivendo molto. Molto di me, della mia vita, l'amore, le mie stupidaggini, la piscina, le poesie, ecc...
Pochissime volte, quindi, il mondo esterno fa capolino da queste parti. Grazie a Dio.
Come potrei non tradire me stesso, però, se non parlassi di ciò che si agita dentro di me, in questi giorni?

Ed eccomi qui, che non so da dove cominciare. Quindi comincio dalla sensazione, nettissima in questi tempi bui, che ci sia in atto un tentativo (neanche poi tanto sottilmente dissimulato) di farmi il lavaggio del cervello a forza di propaganda. Mi volto verso i mesi passati e noto con dispiacere che questo tentativo è già in atto da molto tempo.
Esatto: guerra. Sto parlando di quella serie sistematica di omicidi (ripeto non fosse chiaro: omicidi) che è la guerra. Ne ho letto molto, di questi giorni, di questi mesi, e voglio che al caos che già mi circonda si aggiunga anche la mia voce di piccolo, mediocre, disinformato uomo della strada. Tanto il mio parere è ininfluente.

Il suddetto tentativo riguarda l'accettazione, da parte mia, del seguente assioma: "la guerra è uno strumento accettabile, necessario, sacrosanto anche se terribile". Di conseguenza, come succede giustamente a chi rifiuta qualcosa di giusto e sacrosanto, vedo dita puntate contro di me, che ho sempre detto (essendo io "fuori moda") "la guerra è sbagliata"; contro di me, che sono incapace di concepire la violenza come strumento risolutore di qualsiasi questione, tantomeno come strumento di pura offesa e imposizione (avvertenza per chi avesse intenzione di buttarla in vacca affermando simpaticamente "e allora offriamo i cioccolatini ai terroristi": prima che a me venga la tentazione di buttarla in vacca anch'io con frasi tipo "e allora radiamo al suolo tutto che Dio riconoscerà i suoi", astenetevi perché mi hanno insegnato a riconoscere gli argomenti dalla propaganda). "La guerra è giusta e sacrosanta" è un concetto che rifiuto in toto. E le elezioni? E gli otto milioni di votanti? A parte il fatto che organizzare delle elezioni alla sperindio in un contesto di guerra e di completa mancanza di sicurezza io credo sia un vero crimine (a prescindere dall'affluenza), nessuno potrà convincermi del fatto che è strettamente necessaria una tale mattanza per dare a un popolo la possibilità di votare. Forse mi sbaglio, ma "La guerra è giusta e sacrosanta" è un concetto a cui rifiuto di adeguarmi, anche se dopo una guerra dovessero eventualmente nascere frutti positivi. L'infamia dello strazio di corpi innocenti, il macello di vite umane, la morte della verità, l'abisso di nefandezze e di menzogne, il grado di orrore e di allontanamento degli esseri umani dallo status di "esseri logici pensanti", che una guerra necessariamente e inevitabilmente comporta tra atti terroristici ed "effetti collaterali", secondo me non hanno frutti per cui si possa affermare, a posteriori, "ne valeva la pena".

E quanto orrore non riesce a raggiungere i nostri televisori e i nostri giornali? Quanto orrore non arriva ai nostri occhi e alle nostre orecchie? Quante storie sono sepolte dentro chi vive la guerra nella propria casa, nel proprio paese, nella propria città, nella propria famiglia, negli affetti personali? Quanto orrore, quanto dolore può esistere in una guerra?

E' troppo. Troppo.
Io mi vergogno.

Ed eccoci, infine: l'odioso corollario a quell'assioma, quel corollario che mi rattrista, prima ancora di indignarmi: "se sei (stato) contro la guerra, cioè contro di noi, allora non sei dalla parte giusta", il che significa, praticando l'assunto che ci siano solo e soltanto due parti, che io sarei "un amico dei terroristi", ovvero "un traditore".

Da cui: "nemico".

Ci siamo. Questo è il vero nodo. L'infamia.
L'accetta manichea cala pesantemente su uomini e opinioni, e sulla lavagna scrive di qua i nomi dei buoni e di là i nomi dei cattivi. L'accetta manichea cala in fretta, e prima che mi spacchi la testa, io dovrei scegliere da che parte della lavagna stare: nello spazio dei buoni o in quello dei cattivi. C'è un corto circuito, qualcosa che oggettivamente non funziona in tutto questo separare con la spada di fuoco. C'è qualcosa che non funziona in questo ricatto "o con me o contro di me". C'è qualcosa che non funziona nel senso di colpa che, secondo alcuni, dovrei provare nel mio rifiuto della violenza. E invece non provo nessun senso di colpa.
Anzi: mi rifiuto di scegliere tra la violenza e la violenza.

Ecco: con questa mia voce, in virtù della vergogna di cui sopra, voglio dire che io diserto. Anzi: ho già disertato fin dall'inizio.




permalink | inviato da il 11/3/2005 alle 14:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (67) | Versione per la stampa

15 novembre 2004

Mercato.

"Democraziaaaa!! Vènghino, signoreeee!! Democrazia frescaaaa!!!"

"Buongiorno! Me ne taglia un paio di etti, per cortesia? Di quella buona, però, mi raccomando!"

"Ma ci mancherebbe, signora! Noialtri abbiamo la migliore democrazia del mondo! Prima qualità! Ce la invidiano tutti, sa?
E' venuta un po' di più, che faccio, signora, lascio?"

"Sìsì, va bene, così vota anche mio cognato."

"Ecco qua! Un bel pacchetto di democrazia fresca fresca tagliata fine fine alla signora così simpatica!! Altro?"

"Basta così, grazie!"

"Ma s'immagini, grazie a lei! Fanno 1.200 morti. Passi pure alla cassa."




permalink | inviato da il 15/11/2004 alle 17:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (28) | Versione per la stampa

2 novembre 2004

Kill kill kill 2.

Fermo. Non pensare. Obbedisci. Spara.
Tu sei buono. Tu sei il buono, quello dalla parte giusta. Noi siamo i buoni. Noi siamo sempre i buoni, anche quando siamo cattivi.
Il fenomeno è spiegabile con la parola "temporaneamente" e con il lemma "per una buona causa". Dilazionata nel tempo. In comode rate.

Signore e signori, la guerra si può vendere, subappaltare, subaffittare, surrogare. Anche suppurare, infettare. Nel caso, si dà il via alla svendita. A domicilio.

Povero piccolo uomo, nel nome di quale dio uccidi altri poveri piccoli uomini? Nel nome del Dio della Misericordia? Nel nome della dea democrazia? O piuttosto nel nome della dea libertà? Nel nome del dio Stato? Nel nome del dio popolo? Della dea proprietà? O della dea bandiera? Nel nome di un dio presidente? O nel nome del dio te stesso?
Rispondi, povero piccolo uomo.

Si avvertono i gentili telespettatori che le operazioni militari odierne sono terminate. Gli scontri riprenderanno alle ore 7:00 con la consueta programmazione. Grazie per la gentile attenzione. Non cambiate canale.
Applausi.
Pubblicità.




permalink | inviato da il 2/11/2004 alle 13:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

1 ottobre 2004

Kill kill kill!

I demoni non camminano su questa terra, nonostante tutto.

Guardami: ho due occhi, un naso, una bocca, il mio sangue è rosso, ho uno stomaco, un cuore.
Niente cornini, coda a punta o zampe caprine. E non sono travestito da agnello.
I demoni non sono qui tra noi, non camminano al nostro fianco e neanche contro di noi.

Cose strane succedono nelle guerre: entrambe le parti pensano di avere pienamente ragione e -schiacciare- diventa il termine caratterizzante che amplia il solo -uccidere-.

Quinto: "Non Uccidere".

Ma tutti e Dieci sono difficili da tenere a mente e, ogni tanto, qualcuno di questi Dieci sfugge via fra le dita come sabbia. E' perché l'uomo è smemorato.

Dov'ero rimasto?
Ah, sì! Le guerre. Strane, dicevo. Alla fine ti ipnotizzano: l'unica cosa che devi fare è semplificare: io di qua, tu di là. Un fucile in mezzo. Se soltanto provassi a complicare la cosa con i "civili", la "morale", le "leggi", le "situazioni", gli antichi e obsoleti trattati che portano il nome di città svizzere, l'"economia", gli "ideali", l'"amore"...
Ops! L'amore? Ritiro tutto.

Semplicità: io, tu, la Morte (freddo metallo incandescente di un'arma). Un numero perfetto di attori su questo palcoscenico. Tra questi Tre, l'interazione è sempre la stessa, l'azione rappresentata e reiterata della Commedia è sempre uguale: -uccidere-, -ridurre al nulla-.

-Assassinare-.

Semplicità.
I demoni, però, non camminano sulla terra.




permalink | inviato da il 1/10/2004 alle 16:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

1 ottobre 2004

"Message in a bottle".

 "Scrivo questa lettera ai milioni di persone che negli altri paesi ogni giorno si svegliano, mangiano, lavorano e tornano a dormire senza dover temere che qualcuno spari loro addosso. Scrivo questa lettera per far notare loro che il mondo avrebbe urgente bisogno della loro attenzione, attenzione che per il destino del mio paese sarebbe urgente. Scrivo questa lettera con la pesantezza e la tristezza nel cuore. Conosco i vostri paesi, ed il vostro stile di vita, comprendo che le frenetiche incombenze che scandiscono le vostre vite vi lascino poco tempo per prestare attenzione a tutto quanto succede, ma dalle mie parti la situazione è disperata, e ,forse, se voi vi rendeste conto di cosa realmente succede in Iraq, se foste in grado di comprendere il nostro sconcerto e la nostra pena, potreste trovare la maniera, o la voglia, di aiutare noi poveri esseri umani che abbiamo la sfortuna di abitare questo paese in questi terribili anni..."

"Nel nostro paese fino a poco tempo fa c’era un dittatore, un dittatore che ha consolidato il suo potere grazie al supporto e al sostegno dei vostri governi. Molti dei nostri sono morti combattendo contro i nostri vicini iraniani, credendo nel loro paese, e nelle parole del loro capo, credendo nella missione di fermare i fondamentalisti di Khomeini, credendo di combattere per l’avanzata della civiltà. Nulla di tutto questo era vero, ma lo abbiamo capito molto tardi".

"Quando il nostro leader e carnefice fu fermato, e scaricato dai vostri governi ci siamo interrogati sul nostro futuro, e abbiamo concluso che, se non altro, non esistevano altre guerre all’orizzonte, ci siamo allora preoccupati di curare le nostre ferite e di ricostruire le nostre vite. Dopo pochi anni nei quali, deluso ed incattivito, Saddam ha rivolto la sua violenza contro il suo popolo, e durante i quali i governi dei vostri paesi hanno continuato ad armarlo, ci siamo trasformati in una paese di depressi, ognuno si è rinchiuso nella propria famiglia, nel proprio clan, badando a condurre la propria vita in silenzio, per non attirare l’attenzione del regime".

"Annoiato, poco soddisfatto dalle battaglie contro i concittadini curdi o sciiti, il nostro dittatore invase allora, improvvisamente il vicino Kuwait, una vecchia provincia irachena dalla quale alcuni barbari feudatari seduti su un’enorme ricchezza, per anni ci hanno insultato con i loro costumi medioevali e con il loro disprezzo di uomini troppo ricchi. Saddam venne immediatamente punito, centinaia di migliaia di iracheni morirono ancora una volta. Morti che non abbiamo mai potuto seppellire, nulla resta di loro, le armate occidentali dopo averli uccisi li hanno cancellati coprendoli con la sabbia del deserto. Nessuno li vide morire. Nessuno, neanche allora, toccò Saddam e noi ancora una volta fummo costretti a comprendere la verità oltre le fantasie diffuse dalle vostre e nostre televisioni".

"Il nostro paese è allora diventato strano, diviso a strisce. Nella striscia al Nord i curdi riuscirono ad allontanare l’influenza del dittatore, nella striscia la Sud la popolazione sciita si ribellò, spinta dal sostegno delle armate alleate alle porte del paese, incoraggiata dalla loro flotta aerea che sigillava i nostri cieli e dalle parole di chi diceva loro che li avrebbe protetti".

"Io ancora non so se davvero esistessero accordi con i vostri governi, ma so che i vostri soldati assistettero al massacro dei miei concittadini sciiti dall’alto dei loro apparecchi, o osservando le truppe del nostro dittatore mentre li massacravano da pochi chilometri di distanza. Da allora tutto tornò buio. Improvvisamente, dopo anni di repressione e di miseria, provocata al mio paese da un embargo spietato; ho saputo dalle vostre televisioni che il capo del nostro governo era accusato di terrorismo internazionale, e di possedere armi capaci di distruggere il mondo, armi più cattive delle armi".

"Io sono sempre stato cosciente che Saddam, in realtà poteva essere complice solo di se stesso, e non certo dei pretacci di al Qaeda, che avrebbe volentieri squartato e torturato se ne avesse avuto l’occasione; ma mi ritrovai a pensare che, forse, poteva essere un’occasione non peggiore di altre per liberarci di lui e diventare finalmente un paese normale".

"Quando vidi i primi americani aggirarsi per le strade di Baghdad ero felice, anche se sapevo che le ragioni che li avevano condotti lì non erano quelle che Mr. Bush e Mr. Blair ci raccontavano dalle TV occidentali, che seguo da sempre dato che la libera informazione nel mio paese non è mai esistita, ma ero felice, il futuro sembrava tornare nelle mani del nostro popolo. La mia felicità è svanita in fretta".

"Dopo un paio di mesi mi sono reso conto che l’informazione libera, in realtà, è un lusso riservato ai lettori e agli spettatori di pochissimi dei media esistenti. I nostri liberatori si comportavano con arroganza, considerando indistintamente ogni iracheno come complice della dittatura, e decisero ben presto che si sarebbe fatto a modo loro. In particolare ai nostri liberatori non piacquero gli sciiti, che hanno il difetto di essere abbastanza religiosi, ma anche di essere la maggioranza degli iracheni. Questo fece loro temere che libere elezioni avrebbero consegnato il paese ad una teocrazia islamica, ipotesi assurda per chi conosca l’Iraq, ma non tanto, evidentemente per chi può decidere dei nostri destini. Per evitare questo rischio si misero a chiudere i giornali degli sciiti ed ad indicare i loro leader come nemici della democrazia, incarcerandoli ed accusandoli ingiustamente".

"Tutto ciò ferì profondamente l’immagine che mi ero fatto della vostra civiltà, e trasformò velocemente i nostri liberatori in nemici.. L’inganno divenne di nuovo il principe di Baghdad, mentre il nostro popolo era lasciato in balia di qualunque criminale possedesse un’arma. Incoraggiati dagli errori degli alleati i miei compatrioti cominciarono a guardare con altri occhi coloro che avevano lasciato l’esercito e si erano messi ad osservare quanto succedeva. Lentamente questi presero coraggio, si ritrovarono e cominciarono a costruire una resistenza strutturata all’invasione; Saddam era stato catturato, e ora si poteva combattere, finalmente, per il nostro paese e non per le smanie di un dittatore matto come un dromedario ubriaco".

"Un giorno mi apparve sugli schermi la conferma visiva dei mormorii del bazar; era vero: gli americani torturavano i prigionieri, li uccidevano, umiliavano le nostre donne esattamente come faceva Saddam; dalle stesse televisioni ho appreso poi che questo crimine è stato lavato condannando i soldati ai quali era stato ordinato con pochi mesi di prigione, nessuno di quelli che avevano ordinato questa vergogna è stato neppure indagato".

"La situazione da allora è velocemente degenerata, e negli ultimi mesi, bande di wahabiti e di stranieri entrano ed escono dalle nostre frontiere, ci sparano addosso e tornano alle loro case a riposare; qualcuno che non riusciamo ad identificare ha intrapreso lo sterminio dei nostri intellettuali, oltre un migliaio di professori, medici, ingegneri e funzionari sono stati freddati nelle loro case o sul lavoro, a causa di questo le nostre università ed i nostri ospedali stanno morendo nel terrore; il crimine non è mai stato così diffuso, nessuno capisce più nulla, se non che nessuno dal governo o dai comandi occidentali, si può permettere di dirci la verità".

"Nel nostro paese non c’è lavoro, e il poco necessario alle operazioni alleate viene svolto da indiani ed altri disperati, gli schiavi dei nostri cugini del golfo, ora sono schiavi degli americani e degli altri; cucinano per loro, fanno i manovali e riscuotono i pochi stipendi disponibili nel paese. Due mesi fa, infine, è stato aperto definitivamente il capitolo del disastro totale e definitivo".

"Gli americani hanno sostituito il corrotto Chalabi con l’assassino Allawi, e l’incredibile Bremer con l’ambasciatore Negroponte. Tutti in Iraq sanno che Negroponte è più simile ad Hannibal Lechter che ad un fine diplomatico, tutti hanno capito il messaggio: il nostro paese è destinato, ancora per anni all’instabilità e alla violenza. A cosa poteva servire, diversamente, affidare il governo ad un assassino? Negli ultimi due mesi ne abbiamo avuto la conferma, mentre cerchiamo di sopravvivere molti stranieri combattono la loro guerra sulla pelle del mio popolo, e tutti pensiamo alla sofferenza che hanno provato i nostri vicini libanesi come se vedessimo il nostro futuro".

"Gli ultimi avvenimenti, i rapimenti dei pochi stranieri che con il loro lavoro hanno aiutato il nostro popolo, i pochi giornalisti in grado di poter dire la verità su quanto accade qui, hanno dato il colpo di grazia alle nostre speranze. Ora apprendo che i giornalisti tedeschi, quelli francesi e gli altri dei paesi non coinvolti nella guerra, lasceranno il paese; con loro i pochi coraggiosi volontari che sono partiti dai vostri paesi per aiutarci. Per noi questo significa che sul nostro paese calerà il sipario, che i cittadini del mondo, da adesso in avanti, conosceranno solo l’Iraq che invasori e fanatici vorranno far loro conoscere, dimenticando che questo paese è popolato di pacifici, muti, e morenti cittadini iracheni".

"Prima che questo succeda, prima che sul mio paese cali di nuovo la finzione assoluta, ho voluto lasciarvi questo messaggio, perché non possiate dire che non sapevate, perché io stesso possa dire di aver provato a far qualcosa di diverso per il mio paese. Il mio paese è ricco, popolato di gente buona come il resto del mondo, sapremo morire con dignità, lo sappiamo fare, ne abbiamo sempre dato prova".

"Negli ultimi trent’anni ho perso molti dei miei parenti e dei miei amici, sono morti nelle paludi di Bassora per mano degli iraniani, nelle prigioni di Saddam, parecchi nel deserto nel ’91, alcuni sotto le bombe che ci dovevano liberare; il mio più caro amico è stato freddato il mese scorso davanti ai suoi studenti all’università, una mia coetanea che conoscevo da quando è nata è semplicemente sparita da mesi durante un rastrellamento dell’esercito".

"Mi sento molto stanco, forse troppo, e ho perso tutte le illusioni che mi ero costruito leggendo alcuni dei bellissimi libri scritti dai vostri migliori uomini e donne; avrei sempre desiderato per il mio paese le meraviglie che ho potuto solo immaginare su quei libri. Ho perso i miei sogni, o seppellito le mie inutili fantasie".

"Ieri ho comperato un fucile mitragliatore ed una pistola, mi hanno anche regalato dei proiettili in più, pare ce ne siano in giro anche troppi. Questa mattina ho salutato i vicini, staccato la luce ed il gas, inchiodato le finestre della mia casa ed affidato le mie poche cose al mio giovane cugino, l’unico parente che mi resta, non abbiamo pianto, ma avremmo tanto voluto".

"Nel pomeriggio ho dato le dimissioni all’università, e ora, dopo aver spedito questa mail all’amico che la diffonderà, sono pronto ad unirmi a quanti combattono per le strade. Uscendo sputerò con dolore sul poster di Kennedy, che da anni accoglie chi entra nella mia casa".

"Vi chiedo solo un favore: non chiamatemi terrorista".

di mazzetta
24 settembre 2004

Da ReporterAssociati.




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11 settembre 2004

11 de septiembre.

Nunca más.




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6 agosto 2004

Follia.

Follia senza parole.




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20 maggio 2004

Pensiero di un disfattista.

Lo ammetto, di Iraq non so quasi nulla, anche se molto ho letto, ascoltato e visto. Eppure mi prendo la libertà di scriverci su un (brutto) post. Perché? Semplicemente perché voglio dire che non mi lascio incantare, che non ci sto a farmi ipnotizzare come un serpentello nel cestino (sto parlando di e-l-e-z-i-o-n-i, ovvio), che anch'io ho una testa e cerco di usarla. Magari male, perché da uomo che sono posso sempre sbagliarmi, ma cerco di usarla e non sostituirla con uno o più slogan. E prometto che di politica, anche in rispetto di chi mi legge, tornerò a tacere per un bel po' dopo questo post.

Allora prendo il coraggio a due mani e dico una cosa forse non nuova, ma sicuramente ignorata in questi momenti di ubriacatura da "svolta" ONU, organizzazione prima ignorata, poi dileggiata per l'immobilità, poi sotto accusa per lo sporco affare "oil for food", e ora invocata come panacea di tutti i mali: l'Iraq è stato condannato alla mattanza (presente e futura) dal giorno in cui Bush, Aznar e Blair vollero scatenare la loro guerra (con una scusa qualunque) a dispetto di un dissenso mai visto sia nella comunità internazionale sia nell'opinione pubblica mondiale, e dal momento in cui vollero scatenare la loro guerra in fretta e furia, prima che la diplomazia risolvesse pacificamente il cambio di regime.
Infatti, dopo un decennio che Saddam se ne stava bellamente ignorato da tutti i capi di stato (probabilmente avevano da fare altre cose più importanti), all'improvviso è stata una "corsa contro il tempo" per evitare la guerra. La fretta di spostare i soldatini e i carriarmatini sulle mappe negli stanzini dei "democratici" generalissimi e il conseguente affollamento del Golfo ha preceduto e ignorato qualsiasi mancanza di legittimazione e qualsiasi voce in disaccordo (prima tra tutti quella del Papa). E, adesso è pienamente chiaro, ha preceduto e ignorato qualsiasi intelligente e razionale piano per una sistemazione della regione per l'immediato dopoguerra. Tranne, ovviamente, gli appalti della ricostruzione, già assegnati prima del combattimento. E già questa dabbenaggine potrebbe essere un crimine di per sè.

Risultato di tutto questo: mattanza.
E la mattanza (il cui scopo sarebbe stato di far fuori pochi, esecrabili omini ai vertici del crudelissimo governo iracheno), ormai, è sotto gli occhi di tutti: si parla di 10.000 morti iracheni, ma è una cifra indicativa perché sarebbe impossibile contarli. I pluri-insultati pacifisti, prima della guerra, lo avevano detto: sarà un massacro. E puntualmente così è stato. nel frattempo, con facilità, è caduto/scappato/catturato il tiranno. Subito la festa a Baghdad si è tramutata nel saccheggio indiscriminato. Seguono attentati fino ad oggi e infiltrazioni terroristiche di massa da tutte le parti.

Ho sentito Powell e Bremer dire "resteremo in Iraq solo se gli iracheni lo vorranno". Per adesso gli iracheni sparano addosso ai soldati della coalizione (e i civili tirano i sassi), ma non si sa mai: potrebbero sempre cambiare idea... Questa è la prova che gli USA stanno subendo troppo e sono in corso prove generali (non troppo ostentate, chiaramente) per un ritiro in bell'ordine.
Con le truppe fuori dall'Iraq, mi si dice, ci sarebbe una guerra civile con bagno di sangue annesso. E io mi chiedo: che cosa si aspettavano i generalissimi quando hanno invaso il paese? Qual'era il progetto per il dopoguerra? Ha funzionato? Perché non ha funzionato? Di chi sarà la colpa quando si scatenerà la guerra civile tra sunniti, sciiti e curdi? Su chi ricadrà quel sangue scaturito dal ritiro? Sto dando per scontato che, nonostante la cosiddetta "svolta" (per cortesia qualcuno mi spieghi in cosa consiste, perché non ho capito dove sta la novità), prima o poi, i soldati occidentali dovranno levare le tende (anche grazie allo stress psicologico ed economico): i massacratori tagliatori di teste non aspettano altro (nel frattempo ingannano l'attesa esercitandosi nel tiro al piccione con i soldatini anglo-americani e i poveri poliziotti iracheni) e un governo uscito da dubbie urne (dubbie perché in stato di guerra) non riuscirà a impedire il genocidio.

Dopo l'inevitabile disimpegno dell'Occidente, lo scenario, mi pare (ma potrei sempre sbagliarmi, e quanto vorrei sbagliarmi!!), è destinato, se non arrivano vere, radicali e pesantissime "svolte", ad evolvere secondo questo schema: prima possibilità: si torna a un governo dittatoriale (magari anche eletto o fintamente eletto) che tenga insieme tutto quanto con la forza muscolare di una polizia stile gestapo, sancendo definitivamente l'inutilità di una guerra portata in nome della "democrazia". Totale dei morti in questa prima possibilità: incalcolabile.
Seconda possibilità: uno stato unitario in cui le tre etnie sono tenute insieme con lo sputo da un governino debolissimo (ancorché legittimato e santificato dall'ONU), conseguenza: guerra civile, eventuale secessione del Kurdistan (se non si separano adesso dal resto del mondo, i kurdi perderanno il treno dell'indipendenza per sempre e voglio vedere cos'ha da dire la Turchia su questo tema), attentati, terrorismi vari, instabilità permanente della zona, sangue che chiama morte che chiama sangue, e le dittature della zona (Iran e Siria) che fanno affari d'oro. Totale dei morti in questa seconda possibilità: incalcolabile.
Terza possibilità (già ventilata da qualcuno): separare l'Iraq in tre moncherini: Kurdistan, Iraq Sciita e Iraq Sunnita. Conseguenza: guerra (sotterranea o palese) del Kurdistan contro la Turchia, che di Kurdistan indipendente non vuole sentir parlare. Le elezioni nell'Iraq Sunnita daranno vita a un governo (stavolta legale e inappuntabile) al capo del quale ci sarà un piccolo Saddam, un ex baathista liftato e presentabile agli occhi occidentali, mentre le elezioni nell'Iraq Sciita daranno vita ad un regime di stampo iraniano con gli Ayatollah a dettare la linea: metti il fiammifero acceso vicino alla paglia e vedi che succede: in una eventuale guerra di reciproche vendette e faide tra Iraq sciita e Iraq Sunnita si ripeterà la guerra Iran-Iraq. Chi dei due sarà appoggiato dal regime iraniano? Si accettano scommesse. A chi venderemo armi stavolta, noi "democratici" occidentali? Si accettano altre scommesse.
Totale dei morti in questa terza possibilità: incalcolabile.

Senza dimenticare che, ancora prima che si realizzino queste possibilità, cioè ORA, il totale dei morti è già incalcolabile.

Scommettiamo che per allora Blair, Bush e i think tank, ovvero il club dei giocatori di risiko, i veri responsabili, saranno a godersi la meritata pensione, lontani da qualsiasi possibilità di rispondere di questo disastro?




permalink | inviato da il 20/5/2004 alle 12:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa

17 maggio 2004

Normalità 2.

Sono passati 6 mesi, e non ho cambiato idea. Anzi.




permalink | inviato da il 17/5/2004 alle 12:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa

29 aprile 2004

Candidamente Candidato.

Di solito, su questo blog, la politica è bandita. Oggi faccio uno strappo alla regola.

Io sono, politicamente, un ignorante. Faccio ragionamenti ingenui, fin troppo candidi e distanti dai teatrini, dai retroscena, dai calcoli di palazzo. La mia, però, è una ricerca: di senso, di verità, di idee.
Così, più che affermare convinzioni, pongo delle domande e dubbi.
Leggo da più parti tutto e il contrario di tutto in molti e molti commenti, articoli, blog, di tutte le campane, su questa storia delle candidature dei leader di partito alle elezioni europee.
Faccio un breve riassunto della mia personale percezione della situazione: Berlusconi, Fini, Follini e Bossi (?) e forse altri (mi perdonerà il lettore se non sono preciso riportando solo le candidature più eclatanti) si candidano alle elezioni europee come capilista in diverse circoscrizioni. In nome della rappresentatività dei leader di partito. La legge permette di farlo anche senza le preventive dimissioni dagli incarichi precedenti. Ad elezione avvenuta i candidati sceglieranno poi se mantenere l'incarico governativo/parlamentare o se andare al Parlamento europeo (ma le intenzioni sono chiare per tutti).
A sinistra, invece, i leader (su indicazione di Prodi) non si candidano (anche se avrebbero voluto farlo). D'Alema, invece, è caso a parte, perché (dice) sceglierà il Parlamento europeo (a differenza di Bersani, Letta e Del Turco, che, se eletti, resteranno a Roma). E giù i commenti. Fanno bene: trasparenza e coerenza, non come Berlusconi che si candida solo per tirare voti. Fanno male: così perdiamo un sacco di voti.
Ora, le domande che io mi faccio proprio perché di politica sono ignorante, sono queste: devo votare per un candidato che mi rappresenti al Parlamento europeo, o surrettiziamente dare/togliere la "fiducia" ai personaggi che si presentano a queste elezioni per ciò che si sta facendo nel Parlamento italiano? Che tipo di democrazia è quella in cui io ho il nome Tizio sulla scheda elettorale, lo voto, costui viene eletto, ma in Parlamento europeo ci va Caio (magari uno sconosciuto, magari un completo deficiente, magari uno per cui non avrei mai votato), che non è stato eletto? Che tipo di serietà c'è in un candidato che dice: "votami, anche se il mio nome è solo uno specchietto per le allodole, perché mi dimetterò dal nuovo incarico non appena sarò eletto"?

P.S.: finalmente (o purtroppo?) anch'io, quindi, sono qui (grazie a fetish). Mi scuso con chi ha già letto, ma dato che il pezzo sopra è cosa mia, narcisisticamente è inserito anche in questo blog.
P.P.S.: il consueto diario da domani.




permalink | inviato da il 29/4/2004 alle 17:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
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