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Jorge Luis Borges, "L'Aleph"

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29 maggio 2007

Sogno.

Stanotte ho fatto un sogno, uno di quei sogni così strani che non vanno via al mattino, uno di quei sogni che cercano di dirti qualcosa, che non sembrano neanche sogni.

Stavo in una città che non conoscevo, in una periferia poverissima. Ero come perso fra le baracche. Non c'era nessuno ed era tutto bruttissimo, buio e metallico, pieno di muri di acciaio. A un certo punto, girando fra i bungalow fatti di tende stracciate e lamiere, ho detto ad alta voce: "Qui non c'è proprio niente di bello! Proprio niente!"
Una voce, da una delle baracche, mi ha risposto: "Non è vero!". Da dietro una tenda è spuntata una bambina sui dieci, forse dodici anni, su una biciclettina. La bambina era completamente calva: ho capito che era malata di tumore e stava facendo la chemioterapia. Mi sono scusato con lei, e ho cominciato a parlarle. Le ho promesso che sarei tornato. E infatti, dopo avermi guidato con la sua biciclettina fuori dalla baraccopoli, mi sono ritrovato di nuovo fra le vie di lamiere, come se fosse stato un altro giorno. 
Sono andato a cercare ancora la bambina. E l'ho trovata sulla sua biciclettina. Abbiamo parlato un po' di cose che non ricordo, e poi l'ho portata fuori dalle baracche: volevo farle mangiare qualcosa di buono e siamo andati a prendere un panino, in un locale. Lei sembrava vedesse tutto per la prima volta e si stupiva su ogni cosa, e io le spiegavo tutto con piacere.
Alla fine, dopo un lungo silenzio, le ho chiesto se era malata grave, e lei mi ha risposto che le rimaneva poco da vivere. Ricordo di aver provato un brivido. Le ho chiesto quanti anni avesse, e lei mi ha risposto, così piccola, che era nata nel 1975.
"Ha la mia età", ho pensato.
Così piccola... era rimasta bambina e si era persa un sacco di cose. E il suo volto, lo vedevo di profilo, è diventato un po' più vecchio, come se avesse acquistato più saggezza e tristezza insieme.
 
E poi, prima di svegliarmi, ho pensato che quella bambina/ragazza/donna ero io.




permalink | inviato da il 29/5/2007 alle 22:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (50) | Versione per la stampa

7 maggio 2007

Menta 4.

Un. Piede. Davanti. All'altro.
Un. Piede. Davanti. All'altro.
Ancora.
Bravo, così.
E ancora.
Fino a casa.
Non dovrebbe essere molto difficile.

Ripasso a memoria la ricetta, di nuovo.

Due gocce di angostura, due cucchiaini di zucchero di canna, 2/10 di scco di lime, 8/10 di rum bianco cubano, eventualmente una parte di rum scuro, ghiaccio, soda, shakerare energicamente.

Cerco di identificare il punto preciso in cui tutto è andato storto. A partire dal momento in cui ho potato i rametti di menta.
Ah, sì.
Infinito dolore: ogni snip delle forbici che si serravano intorno ai teneri fusti mi entrava nel cervello e arrivava fino al cuore.

Mentre mi ricordo dello snip assassino, faccio un passo più storto degli altri e rischio di cadere dal marciapiede. Sarebbe stata una punizione esemplare per il male che ho fatto a quella pianta. Ora che ci penso, sto già scontando una sonora penitenza.

Alla bell'e meglio, riprendo da terra il filo dei miei pensieri, fluidi incerti e ubriachi come il mio stesso ciondolare sotto i lampioni, verso casa.

Luogo del fatto: mojito-party, a casa di un mio amico.

Sono arrivato con i miei sacri rametti, trionfante: stavano aspettando solo me, con gli altri ingredienti.
Probabilmente è da quel momento che tutto ha preso la piega sbagliata: il primo mojito. Che era anche il primo mojito che facevo in vita mia, abituato come sono a poggiare i gomiti sui diversi banconi e ad esigere che qualcuno lo faccia - bene - per me, avventore pagante.

Il primo è mio!

Avevo mischiato a occhio rum vari, menta pestata, soda da quattro soldi comprata al supermercato, niente angostura che neanche so cos'è, ghiaccio tritato nel lavandino, zucchero di canna, lime in spicchi pestati. Tutto in un bicchiere enorme.

Che emozione: il mio primo mojito.

L'ho assaggiato subito.
Una smorfia mi ha deturpato il volto al primo sorso: una bomba di alcool piena di erbetta galleggiante, iceberg di lime verdi, con un vago sentore di molo malfamato, un retrogusto di delinquenza dilagante, un brutale gesto sferrato a bruciapelo, una pugnalata allo stomaco probabilmente a scopo rapina, la vittima è stata rinvenuta riversa in una pozza di rum, esanime (la vittima, non il rum).
Disgustoso, al limite del cancerogeno.

Dopo questo, in silenzio, mi sono ritirato in bell'ordine e ho smesso di fare mojitos, lasciando il compito ad altri, dotati di buon senso.

Che fare, però, della zozzeria che mi sono ritrovato tra le mani?

Diciamo che ho comminciato a sentirmi seriamente male verso mezzanotte.

Sì.
Esattamente quel primo e unico beverone.
L'ho bevuto tutto.
Non solo. Ho mangiato i frammenti di menta che erano rimasti nel bicchiere, il ghiaccio e perfino gli spicchi di lime, con la buccia e tutto.

C'è un fuoco pesante, dentro di me, che non riesco a spiegare. E' qualcosa che mi spinge a fare cose che mi fanno male, che vanno esattamente contro il mio diretto interesse. Ed è tanto più grave in quanto sono pèerfettamente consapevole delle conseguenze nefaste portate dalle mie scelte.
Voglio dire: bevo, quindi mi ubriaco.
Oltre all'autolesionismo, però, dev'esserci per forza qualcos'altro. Forse, in fondo, c'è una labile ma inamovibile speranza che, nella successione degli eventi, nella rigida concatenazione di causa-effetto, qualcosa cambi le regole, che qualcosa d'improvviso e bellissimo e insperato - ma fortemente e segretamente voluto - alla fine succeda.
Un miracolo, insomma.
Nel frattempo, è un fuoco pesante, quello che mi sta bruciando e mi fa barcollare, ma non riesco mai a ingerire abbastanza alcool per spegnerlo, per ucciderlo.
E finisco per uccidere solo me stesso.

Ricordo di aver fatto, verso l'una, due o tre giri del cortile, sperando in questo modo di riattivare i centri nervosi, completamente obnubilati.
Prima di salutare gli amici, la prima rata: pallido come un cadavere, un filo di voce: scusatemi un secondo.
Abbracciato alla tazza del water, ho dato il meglio.
Uscito dal bagno, dovevo aver preso lo stesso colorito della ceramica così coccolata pochi istanti prima, ma ho fatto finta di niente.

- Vuoi un passaggio?
- No, grazie... faccio una passeggiata, così smaltisco un po'.

Davanti alla porta di casa, mi cadono le chiavi più volte. Quando riesco a mantenere il mazzetto fra le mani tremanti, mi appoggio con la testa allo stipite e, per lunghi istanti, la chiave giusta sparisce. la ritrovo: si nascondeva dietro a quella del box.
Mi cade di nuovo, prima che riesca a mirare la toppa.
Nel chinarmi a raccoglierla, mi dimentico dell'esistenza dello stipite e picchio la testa.
Non devo sedermi per terra, altrimenti è finita.
Afferro la maniglia per riacquistare l'equilibrio e la porta si apre. Era aperta.
Mi dirigo, più portato dall'istinto che dalle gambe, direttamente al bagno per la seconda rata.
Alla fine, riesco a imboccare la porta della mia camera. Mi fermo ad origliare per buoni minuti.
Nessuno pare essersi accorto di niente, i miei sembrano dormire pacificamente, nonostante il fracasso. Tutto è buio e tutto tace.
Esco dai vestiti ed entro nel letto, che nel frattempo ha cominciato a ballare davanti a me, assieme a tutta la stanza.

L'ultimo pensiero, prima di sprofondare nell'oblio, è: ma come diavolo fa a ballare tutto, qui, se non c'è neanche la musica?




permalink | inviato da il 7/5/2007 alle 13:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa

19 marzo 2007

Menta 3.

Insomma, non riesco più neanche a concepire l'idea che ci si possa ubriacare senza menta.
In realtà, mentre attendo l'attecchimento e la crescita delle piantine, bevo.
Ogni serata alcolica finisce con la frase: "...ah, ma vedrete quando sarà cresciuta la menta... ci facciamo una bevuta come si deve!" come se le svariate storte non fossero poi così dignitose, così pregnanti come una bella ciucca di mojito.
Nel mio immaginario ossessivo, quindi, la menta diviene il catalizzatore delle energie dopanti, unico ingrediente che rende più vera e intensa la sbronza.

Ormai, a furia di guardarla crescere, di osservare come nel terriccio vanno formandosi nuove piantine, di ammirarne le forme e l’intenso profumo, la menta è diventata come una figlia, o una bella moltitudine di figli, dato che i rametti hanno ormai riempito il vaso.
D’altra parte, è sempre un essere vivente, no? Vive, cresce e si nutre. Anzi, sono proprio io che le sto dando il nutrimento. Fiduciosa, attende l’acqua che gli porto quasi tutti i giorni, la beve con gratitudine. In cambio, mi dona sempre nuove foglioline e mi inebria con il suo aroma.
Ha perfino sopportato con pazienza infinita che io le potassi i fiori. Le ho spiegato che era per il suo bene, che avrebbe reso le sue foglie più ricche, che avrebbe fatto più male a me che a lei, eppure se mi avesse odiato l’avrei pienamente compresa.
E’ vero: quei fiori puzzavano un po’, ma questa non è che una scusante, una mano di intonaco scadente per candeggiarmi (male) la coscienza.
E non sospetta nemmeno il motivo per il quale la sto allevando.

Più tardi, a cena, rifletto in silenzio.

Le ho potato i fiori.


Giocherello distrattamente con le posate.

Le ho potato i fiori e presto le taglierò svariati rametti.

Mio Dio, cosa sto diventando?
Un essere privo del benché minimo scrupolo, un avvinazzato dedito unicamente al soddisfacimento del vizio. Ho forse perso il senso del sacro che innerva la vita nel suo tutto, nella sua interezza, unica e indivisibile? Una piantina soffrirà a causa mia, per la mia scelleratezza, la mia lascivia, la mia incomprensione per l’esistenza, il mio ingordo amore per la morte, per compiacere il basso e troglodita istinto di annullare l’essere diverso da me, assassinandolo e ingurgitandolo.

Penso a tutto questo mentre divoro di gran gusto il filetto di manzo, cucinato dalle amorevoli mani di mia madre.
Un filetto condito da foglioline dalla foggia, dal profumo e dal sapore estremamente familiare.

“Mamma... cos’hai usato per condire il filetto?”
“Ti piace? Ho preso quelle piantine aromatiche che ho trovato sul balcone...”




permalink | inviato da il 19/3/2007 alle 12:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa

20 gennaio 2007

Menta 2.

E così faccio la strada di casa pensando, pensando, pensando.
La spremuta di cervello dovrebbe darmi un succo concentrato, composto da complessi calcoli aritmetici, intricate operazioni e diagrammi ramificati in tentacoli numerici.
I ragionamenti silenziosi si fanno fitti, sempre più coordinati e acuti... sto per incunearmi nella soluzione e ripasso il compito: due gocce di angostura, due cucchiaini di zucchero di canna, 2/10 di succo di lime, 8/10 di rum bianco cubano, eventualmente una parte di rum scuro, ghiaccio, soda, shakerare energicamente...

Quesito: quanti mojitos si possono ricavare da cinque rametti di menta?

Mi mordo le labbra: se soltanto avessi altri rametti potrei uscirne storto come si deve, senza subire l'angoscia di un'eventuale, disdicevole condizione di sobrietà.

E poi il colpo del genio.

Come dice il proverbio? "Meglio una gallina domani, che un uovo oggi". La gallina, domani, potrebbe fare molte uova.

Arrivo a casa e preparo tutto l'occorrente: un posto libero sul balcone, un capiente vaso provvisto di sottovaso, terriccio fertile - quello dei gerani andrà benissimo.

L'equazione geniale, infatti, è questa: se io piantassi i cinque rametti e li coltivassi, i rametti si moltiplicherebbero, giusto? Di conseguenza si moltiplicherebbero anche i mojitos, giusto? Di conseguenza si moltiplicherebbero anche le sbornie solenni, giusto?

Giusto.

Sento già di amare il giardinaggio come la più sacra delle arti.

Per prima cosa, mangio al più presto tutta la mozzarella di bufala. 500 gr., peso sgocciolato. La mozzarella di bufala c'entra, eccome, perché mi serve il secchiello di plastica in cui è confezionata. E mi serve nel momento preciso in cui mi viene in mente di fare la cosa, altrimenti mi passa tutto, vengo distratto da altre cose, i rametti di menta muoiono, e io non posso sbronzarmi a sangue. Per questo motivo, ingurgito quasi mezzo chilo di mozzarella di bufala per merenda, tra le cinque e le sei del pomeriggio.
Gonfio dell'insana mangiata, lavo il secchiello di plastica, lo riempio d'acqua e ci immergo le piante.

E aspetto con estrema pazienza.

Ogni tanto contemplo i miei rametti: studio la conformazione dei fusti e la disposizione delle ramificazioni, cerco di ricordarmi quanto sono piccole le prime foglie in cima per vedere, alla successiva osservazione, se sono cresciute, se è cambiato qualcosa. Compio questo rito almeno tre o quattro volte al giorno.

Scopro, così, una delle cose belle delle piante.
Se le guardi, anche per un giorno intero, come ho fatto io, sono immobili, inanimate. E invece non sono immobili per niente: si piegano verso la luce, eruttano foglie, preparano i fiori, partoriscono figli e sono perfino sicuro che alcune di esse camminino: basta lasciarle stare qualche centinaio di anni senza toccarle. Il fatto che abbiano queste cose, le radici, è un inganno della natura per farcele sembrare ferme e inoffensive.

Con il passare dei giorni, le foglie non muoiono, anzi. Cominciano a spuntare dei fili bianchi, nella parte inferiore dei rametti, come dei capelli d'angelo, dei sublimi, finissimi spaghetti cinesi.
Sono orgoglioso come un neo-padre, e giro tronfio per casa, bullandomi del mio pollice verde.

E alla fine, ancora prima che potessero essere pronte per il trapianto nel terriccio, i fiori.
Devo confessare che non avevo mai visto un fiore di menta, anzi, non avevo proprio idea di come potesse essere fatto: piccolo, delicatamente viola, disposto a grappolo in cima alla piantina, come un glicine capovolto.
Inalo la pienezza del suo profumo.
Questi fiori mandano un olezzo terrificante. Sanno quasi di morte stantia, di qualcosa rimasto lì a frollare, a macerare in solitudine. Di qualcosa che anche in vita doveva essere abbastanza lercio, triste e sconsolato. Figuriamoci dopo il trapasso. L'odore mi butta indietro e non posso che provare tristezza per la mia stessa repulsione.
Come posso essere così ingrato? La pianta che coltivo mi fa dono di se stessa, del suo fiore, della sua fertilità, mi gratifica con la sua rigogliosità, e io, per tutta risposta, provo schifo. Complimenti.

Non ti preoccupare, mia menta, mia bellissima menta, anche se i tuoi fiori non hanno il profumo gradevole come quello delle magnolie, le fatali sbevazzate che farai sbocciare nelle mie sere in compagnia saranno il coronamento della nostra intima relazione, brinderò alla tua clorofilla e sarai il sostegno della mia allegria e della mia dimenticanza. E ti amerò, mia lussureggiante menta, di quell'amore che ruoterà tutta la stanza intorno alla mia testa, entrerà nelle mie viscere sconvolte, prenderà il mio cuore più sincero e lo offrirà alla verità. Per tutta la notte, io ti amerò, mia smeraldina menta.

E il mattino sarà solamente emicrania.




permalink | inviato da il 20/1/2007 alle 21:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa

13 novembre 2006

Menta.

Verdi.
Lucenti, profumati, bellissimi.

Ricevo in regalo alcuni rametti di menta.

Mi sono stati dati così, con frasi sprezzanti.
- Toh, li vuoi? Toh, prendili, io non so cosa farmene, ne ho lì a mazzi. Toh.

Li accolgo tra le mie mani come se fossero fatti solo di aria odorosa. Ho paura di rovinare le loro tenere foglioline con le mie ditacce da essere umano e li tengo in un fazzolettino di carta, stando bene attento a non schiacciarli.

Mentre porto a casa l'involto profumato, mi assale all'improvviso un ricordo lontano di un importante giorno della mia infanzia - che età avevo, allora? 5 anni, 6, forse? Mah... - quando proprio quella mia infanzia era innocente e ovattata, piena di macchinine, soldatini, cartoni animati dei robot, merendine e pastelli per colorare i disegni.

Quel giorno, la figlia di amici riceveva il Sacramento della Cresima, e la mia famiglia presenziò all'evento.
Ciò che mi interessava maggiormente era il piccolo rinfresco a casa della cresimata, che sarebbe seguito alla cerimonia.
Entrando in soggiorno, avevo provato come un nodo alla bocca dello stomaco, probabilmente dato dal timore che se non ci fosse stato il rinfresco, io sarei morto di fame lì, quel giorno, in quella casa sconosciuta, e avrebbero gettato il mio cadavere pelle e ossa in una fossa comune, piena di altre salme di bambini morti di fame per la crudeltà degli adulti.
Il rinfresco c'era. E un po' mi dispiaceva non finire nella fossa comune: avrei dovuto rimandare l'autocommiserazione a un'altra occasione.
Sul tavolo, in quel soggiorno, svettava una torta. Piena, materna e consolatoria. Come a tutti, me ne spettava una fetta sola.
Una. Fetta. Sola.
Guardai con immensa pietà quell'unica fetta di torta, quasi le lacrime agli occhi. Mi commuoveva, sì, la sorte che stava per colpirla, ma soprattutto stavo per piangere dalla fame che mi attanagliava lo stomaco in una morsa mortale.
E dopo averla guardata, mi ci avventai come la iena ridens si avventa sulla carogna sanguinolenta, e me la trangugiai di gusto, aiutandomi con una forchettina d'argento, ignorando gli sguardi che avrebbero potuto, a ragione, giudicare la mia maleducazione degna di un riformatorio per bulletti semidelinquenti.
Desiderai che la forchettina fosse un po' più grossa: i bocconi mi sembravano troppo piccoli e non riuscivo a raschiare con sufficiente meticolosità la crema pasticcera che, dagli strati della fetta, aveva traboccato sul piattino, un cremoso magma in cui annegare felicemente.

Finita la torta, ovviamente, avevo ancora fame, così adocchiai le ciotoline dei salatini, delle patatine, dei pistacchi e delle arachidi, incurante della sanguinosa battaglia tra il dolce della torta e il salato che si sarebbe combattuta sulle mie papille gustative.
Con discrezione, senza dare nell'occhio, cominciai.
La mia manina a forma di gru sfasciacarrozze si chiuse più e più volte nelle ciotoline degli stuzzichini, e, contemporaneamente, la montagnetta di vittime - pellicine vuote di arachidi, valve morte di pistacchi, granelli e granaglie varie - aumentava nel piattino, lucidato quasi a specchio dopo la fine della torta.
Il salato, ormai, aveva definitivamente sconfitto il dolce nel mio cavo orale, e la fame mi abbandonò definitivamente.

Nelle ore successive, l'effetto collaterale si presentò puntuale.
Mentre gli invitati superstiti, tra cui anche i miei familiari, digerivano ciò che avevano masticato, seduti immobili e attoniti sul divano, la mia lingua, grossa, asciutta e pesante, era lì ad accusarmi della mia stessa stupidità: la sete mi stava essiccando poco a poco.

Sul tavolo rimaneva un'unica bottiglia, accanto allo spumante. L'acqua al suo interno mi appariva ora come la mia unica speranza di evitare la mummificazione naturale.
Con voce rotta dalla disidratazione, chiesi al nonno della cresimata, l'unico adulto nei paraggi, un bicchiere d'acqua, per favore.
Il nonno vide la bottiglia, e me ne versò un gratificante bicchierone.
Immediatamente dimentico del tono beneducato con cui avevo cercato di chiedere, per favore, un po' d'acqua, tornai lo screanzato della fetta di torta e bevvi avidamente in un colpo solo mezzo bicchiere, quasi scordandomi di ringraziare, tanta era l'arsura che mi stava sbranando.

Acqua.
Non riesco a pensare a niente di più buono, di più sano e terso e sinceramente vivo di un sorso generoso d'acqua che scorre nell'organismo desertificato di un malato di sete.

Stavolta, invece, quel generoso sorso mi arse in tutto il suo percorso. Sentii il bruciore diffondersi dalla bocca alla gola, all'esofago fino al piloro e allo stomaco e poi di nuovo su fin dentro il naso.
Uno strano stordimento accompagnò il mio incerto passo, e finii davanti a mio padre, che stava ancora metabolizzando la sua fetta di torta sul divano.
L'unica cosa che riuscii a dire fu: "Papàhhh..."

Quando la fiatella di grappa, contenuta nell'ultima sillaba che avevo pronunciato, lo raggiunse nei suoi centri nervosi, mio padre capì ogni cosa: la montagnola di gusci nel mio piattino, la sete, l'ignaro nonno, l'anonimo bottiglione di acquavite fatta in casa...

E, quel giorno, fu il primo contatto, l'inizio di un latente idillio che sarebbe poi esploso molti anni dopo.
Forse è proprio grazie a quel giorno che ora, con questo pesantissimo fardello di menta in mano, riesco a pensare solo a due gocce di angostura, due cucchiaini di zucchero di canna, 2/10 di succo di lime, 8/10 di rum bianco cubano, eventualmente una parte di rum scuro, ghiaccio, soda, shakerare energicamente...

Forse, se quel giorno mi fossi saziato con due fette di torta, anziché buttarmi sui salatini, forse...

Forse ora sarei obeso, anziché alcolizzato.




permalink | inviato da il 13/11/2006 alle 12:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa

5 ottobre 2006

Doppelgänger.


Attenzione. Post scritto sotto dettatura.

Il mio Doppelgänger è lì fuori, da qualche parte.

Per prima cosa, però, mi corre l'obbligo di affermare che il mio "padrone" - continuo a chiamarlo così per pura convenzione - è un drogato.
Non sopravvive più di cinque ore senza ingerire un liquido schifoso, amarissimo, color fogna scura, che, di solito, si fa preparare da spacciatori professionisti, anche se non disdegna certo una bella dose fabbricata in casa, nei periodi di magrezza finanziaria.
Quasi tutte le volte che lo porto fuori ne approfitta per farsi. Entra nel negozio dello spacciatore - ne ha due o tre che preferisce, per la diversa qualità dello sostanza stupefacente - e subito ordina una tazzina di droga.

Insomma, un bel pomeriggio della settimana scorsa, porto fuori il bipede, come al solito.
La crisi d'astinenza, stavolta, dev'essere veramente seria, perché si infila subito nel primo negozio di droga - generalmente detto anche "bar" - che trova sulla sua strada: un posto dove non entra quasi mai, perché frequentato da ragazzi e ragazzini tutti vestiti bruttini ma costosini, casual ma elegantini pulitini profumatini, con i capelli cortini spettinatini gellatini a puntino con quella crestina. Portano occhiali da sole che avvolgono mezza faccia e jeans talmente di marca che mi vien voglia di marcarli io con una delle mie generose spruzzate territoriali.
Il bipede li chiama "fighetti". Proprio per non incontrarli, non entra mai in quel bar.
E invece stavolta ci entra.
Si fa servire la droga, e, mentre è lì che ciuccia il liquame nero dalla tazzina, la spacciatrice lo guarda attentamente da dietro il bancone e gli dice: "...ma tu sei il marito di Loredana?"
Alla parola "marito" leggo lo sconcerto sul volto già buio dell'essere che tiene il mio guinzaglio.
Due, tre secondi di un imbarazzo talmente burroso che potrebbe essere filtrato con un colino per separare la voglia di scappare dal fastidio rabbioso, e la tremula risposta, dopo aver ingoiato male la voglia di schiaffi reciproci: "Credo che ci sia uno scambio di persona: non sono il marito di nessuno, anzi..."
"Mi scusi... il fatto è che ha il cane praticamente identico a quello di questa Loredana e ho pensato che fosse il marito..."

Il Doppelgänger, nella tradizione, è qualcosa di più che un sosia, è il gemello cattivo, la nemesi, il doppio che non dovrebbe esistere e invece esiste. Dicono che ognuno di noi ha un Doppelgänger che cammina per il mondo, e la cosa interessante è che se lo si incontra bisogna ucciderlo. Le leggende spiegano che se non lo ucciderai tu, sarà lui a uccidere te, come se fosse obbligato dalla sua stessa natura di doppio soprannaturale.
Mi sono sempre chiesto se quindi la popolazione mondiale sia per metà composta da persone vere e l'altra metà da doppioni malvagi che cercano di fare la pelle ai rispettivi poveracci di cui sono lo specchio, se anche gli animali abbiano un Doppelgänger in giro, libero e pericoloso. Vale anche per gli insetti? Questo spiegherebbe il perché sono così tanti e un po' tutti uguali. E le piante? Sinceramente trovo difficile che un tiglio o un acero incontrino il loro Doppelgänger, e nella remota eventualità che possano crescere l'uno accanto all'altro, non riesco a immaginare come potrebbero ammazzarsi tra loro. Soffocandosi a vicenda con le radici? Assoldando un rampicante che avvolga l'avversario? Con quali promesse un tiglio potrebbe indurre un rampicante a crescere abbarbicato al tronco di un altro tiglio, a lui perfettamente identico?
Sto divagando inutilmente.

Per gli animali sì, ho scoperto che il Doppelgänger esiste. Il mio abita qui intorno. Non in India, in Cina o in Patagonia, ma nella mia stessa città, nel mio quartiere.
E, se dovessi incontrarlo, dovrò ucciderlo.
Così, senza ragionare, senza salutare, senza neanche chiedergli "come stai?"
Effettivamente, ripensandoci, potrei anche chiederglielo. Che mi costa? "Ciao, come stai?" e poi lo ammazzo.
Non sono cattivo. La leggenda dice che devo ucciderlo. Chi sono io per contraddire una leggenda?
Forse, però, per lui sono io il Doppelgänger, e se anche lui conosce la tradizione, sarà per questo che cercherà di farmi fuori, perché mi crede il suo doppio malvagio. Forse, basterebbe spiegargli questa storia, chiarirsi a vicenda, da cani civili, basterebbe rompere la catena della violenza, dei fraintendimenti, delle reciprocità malate per cui io uccido te perché tu uccidi me perché io uccido te, e potrei convincerlo ad andare per la sua strada, poiché non gli farò niente se lui non mi farà niente. Anzi, potremmo anche essere amici.

Quante complicazioni inutili.
Se lo vedo in giro, lo ammazzo e basta.




permalink | inviato da il 5/10/2006 alle 10:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa

21 aprile 2006

Cani e uomini.


Attenzione. Post scritto sotto dettatura.

Verrà a piovere.
E io ho bisogno di uscire.

Il mio "padrone". Pietosa creatura.

Mi si definisca, prego, il concetto di "padrone".
E' forse colui che possiede il cane? Come se questi fosse un oggetto? Oppure è colui che "comanda"? E se invece fosse soltanto colui che - generosamente, lo concedo - ospita, nutre ed eventualmente "addestra" il cane? Non sarebbe più vicino alla figura di "tutore"? E allora perché "padrone"?

Questo è uno dei tanti sgarbi, forse quello più innocuo, che l'essere umano commette per brutalizzare la natura e ciò che lo circonda. Disonesto perfino nell'uso del linguaggio.
Sì, già. Dimenticavo la sua patetica supponenza nei riguardi del linguaggio. Al posto di usare quell'unico, preziosissimo dono in un modo degno del suo valore, lo spreca con l'insulto, con il gergo, con la storpiatura del significato.

Così, quello che dovrebbe essere "tutore", diventa "padrone", almeno - guarda caso - quando si parla di uomo e cane.

In quanto a mistificazione, gli esseri umani non hanno eguali in natura.

Tanto per fare un esempio banale, il mese scorso il "signorino" mi porta a fare il consueto giro del mio piccolo feudo - un paio di piazze e qualche via nelle adiacenze - per riaffermare il mio potere e il mio possesso agli angoli dei muri e ai piedi degli alberi. E' un giro che va fatto ogni giorno almeno tre volte al giorno, altrimenti l'autorità sul territorio si deteriora.
Ebbene, come al solito, sono io a guidare il convoglio verso la prima piazza da rivendicare. Giriamo il primo angolo ed ecco un altro cane, libero da guinzagli e collari, di una razza a me completamente sconosciuta, avanzare verso di noi, lungo il muro, a brevi passettini. Piccolo, bruttissimo, basso quasi rasoterra, il muso vibrante e gli occhietti piccoli e vicini, le zampette completamente prive di peli, di un colorito rosaceo-sporco. Il suo pellicciotto grigio non credo abbia mai visto una spazzola in vita sua.
Mi avvicino a mia volta per la prima identificazione olfattiva.

Qui è necessario specificare che ben pochi esseri umani si rendono lontanamente conto del mondo di odori in cui camminano.
L'odore di un oggetto o di un essere è metà della sua natura. Gli odori mi indicano se qualcosa o qualcuno è maschio o femmina, se devo azzannare, ringhiolare, ignorare o amare. Mi indicano come vive, cosa fa, come sta, da dove arriva e con chi è stato tutto il giorno.
Esistono milioni di sfumature, intere gamme di valori che vanno dal miasma tossico assassino, al paradisiaco non-ti-dimenticherai-mai-di-questo-profumo-ma-sul-serio.
Certi cani sono alla perenne ricerca degli odori più raffinati, e sono talmente profumo-dipendenti che passano la maggior parte della loro vita ad annusare qualunque cosa.
Io, invece, per quanto riguarda appunto l'olfattologia, sono solo un discreto appassionato. Non proprio un serio collezionista come i cani da tartufo o da caccia, però posso dire con tranquillità che me ne intendo.
Voglio dire che so riconoscere un odore di violette da quello della spazzatura rancida.

Mi si creda, perciò, quando affermo che il piccolo cane grigio, alla perquisizione nasale, mi risulta essere una delle entità viventi più fetide che io abbia mai usmato. Alla prima sniffata mi torna subito alla memoria quel pozzo nero fognoso, quella sorta di conquana malatissima in cui mi sono imbattuto mentre, randagio, girellavo spensierato per la periferia, tutto teso all'avventura.
Man mano che si avvicina, le onde puteolenti di vera discarica che fittano da quell'essere mi investono e mi buttano indietro, con tutto il loro retrogusto ruggente di cosa morta da tempo.

La sua codina floscia, senza peli e tutta rosa, scompare in un pertugio del cantiere lì vicino, lasciando dietro di sé una scia di empio lezzo.

Disgustoso.
E disgustoso è anche lo spettacolo del mio "padrone", fuggito dietro a un albero, alla vista del botolo puzzolente. Bravo. Complimenti. Se al posto delle zampe avessi le mani, gli farei un applauso. Lo recupero che ancora farfuglia cose senza alcun senso riguardo a certi "topi che escono dalle fogne". Secondo me è l'università che gli fa male.

Tutto questo per dire cosa? Me lo sono dimenticato.
Ah, sì: gli si rida in faccia, quando vende la 
favola per cui io sarei stato spaventato da quell'altro cagnino. Tutto l'opposto.

Come al solito, quando parlano gli umani. Tutto l'opposto.

E poi, soprattutto, volevo dire una cosa: i cani di razza "topo" fanno schifo.




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10 aprile 2006

Muoio di sete davanti a una fontana.

Muoio di sete davanti a una fontana.
Essa, infatti, è asciutta.
Gli ugelli secchi mi guardano come un popolo di ciclopi. E io non sono nessuno.
Tocco il marmo freddo, seguendo il profilo dei putti, delle ninfe e dei tritoni, fino al fondo piastrellato, giù giù, fino al bordo, fino alla fessura di una placca metallica.
Sopra la placca, la scritta:

"Per azionare la fontana, inserire moneta da 20 cent. La macchina non dà resto."

Mi trovano disidratato stecchito, il giorno dopo, irrigidito nell'inutile atto di costringere nella fessura il rotolino di una grossa e grassa banconota da 50.




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5 aprile 2006

Tango.

Notte bianca, tendaggi neri alle pareti.
In questa sala si impara a ballare il tango.

La milonga sviolina con un suono di grammofono, mentre cerco un posto a sedere.
Niente posto a sedere, dunque. L'alternativa è stare in piedi appoggiato alla parete a fare occhiuta tapezzeria, o ballare (beh, diciamo imparare a).
Un particolare fondamentale: sono solo. Niente compagna, niente ballo.

Mi accartoccio in un angolo, a osservare i ballerini e gli aspiranti tali che mi sfiorano. Stanno stretti a coppie, alcuni avvinghiati come rampicanti, altri avvinghiati come innamorati.

Lui sorride con gli occhi chiusi, il mento appoggiato alla fronte di lei, mentre aspetta che la sua compagna faccia quella cosa con la gamba. Oddìo! Ecco! L'ha appena fatto! Ho visto distintamente che con il piede sinuoso e serpentino gli ha accarezzato lentamente la gamba.
Posso vedere e apertamente invidiare il calore che c'è in questi gesti e in tutto il resto, la gelosia pizzicata di seta, l'esclusiva pazzia, chiusa in una scarpa rossa di vernice, tra quei due ballerini-amanti, come un filo legato a cavallo della frontiera tra due paesi in guerra fra loro.

In ogni sala in cui si impara a ballare, però, fisiologicamente c'è e ci sarà sempre qualcuno che, per errore, sale sul piede di qualcun altro. Si potrebbe quasi dire che il piede spiattellato, per quanto riguarda la danza, è il classico tubetto di dentifricio schiacciato nel mezzo, uno di quei piccoli particolari, eventuale fonte di piccoli attriti che, se non risolti con piccoli compromessi, potrebbero portare a grandi rotture nelle piccole storie d'amore.
In ogni caso, ballare con l'amore della propria vita val bene mezzo minuto di lieve dolore podalico, no? Certamente sì. Anche se si sta ballando con qualcuno che non si direbbe con sicurezza l'amore della propria vita, ci si perdona a vicenda e si sorride. Lo schiacciamento dell'alluce, in fondo, è un errore che si perdona con un sorriso. E spesso si perdona con un sorriso anche uno/a schiacciatore/trice di alluci irrimediabilmente incapace.
E' una questione di equilibrio, un do ut des che arruffa le dinamiche sentimentali e corteggiative come fossero capelli spettinati, le mette alla prova, le costringe a guardarsi negli occhi.

Lui sorride di nuovo, ad occhi chiusi, il mento appoggiato alla fronte di lei.
Dalla mia posizione, accovacciato contro il muro, vedo che stanno ballando molto bene e nessuno dei due schiaccia i piedi dell'altro. E' straordinario il modo in cui si sono dimenticati del resto del mondo per concentrarsi sui passi e sulla passione. Non guardano neanche dove stanno veleggiando.
Infatti, quando il tacco sinistro di lei, largo e durissimo, incontra il mio morbido metatarso destro, lei non se ne accorge neanche. Quasi perdo i sensi per il dolore, ma non riesco a fare a meno di pensare che sono entrato parafulminicamente in un peccaminoso triangolo.

Eppure, mi sembra che qualcosa non funzioni: l'appiattimento del piede, probabilmente, era destinato al suo partner, quindi, in questo sbilanciamento di dare/avere, in questo trilaterale gioco di scompensi, la coppia arraffa tutto ciò che di bello e buono sta nel tango (le dinamiche, i capelli spettinati, eccetera), e a me lascia il pestone azzoppante, ignorandomi.

Sì, qualcosa non funziona.




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13 marzo 2006

Cani e topi.



Verrà a piovere.
E il mio cane ha bisogno di uscire.

Il mio cane. Adorabile creatura. Va accompagnato fuori tre o quattro volte al giorno.
A volte mi sorge il dubbio su chi sia realmente il "padrone". E di conseguenza la domanda è: l'umano porta a passeggiare il canide o il canide porta a passeggiare l'umano?
Chi comanda dei due? Esiste, viceversa, un tipo di rapporto tra uomo e cane che non sia basato sulla gerarchia del "decido io"? "Io" chi? Oppure potrà mai esistere un rapporto tra questo cane e questo uomo che non sia basato sul "ti porto fuori basta che la smetti"?
Queste e altre domande si pongono spontaneamente durante le solitarie passeggiate canine: riflessioni sul senso dell'universo, sulle prove dell'esistenza di Dio e soprattutto sulla possibilità che i calzini bianchi corti, indossati con i sandali e i bermuda, possano essere un valido argomento contro la non violenza.

Mentre appunto mi interrogo sul tipo di sofferenza che si potrebbe legittimamente infliggere al possessore di tale criminoso gusto estetico, durante una delle ultime passeggiate a 6 zampe, noto un guizzo all'angolo della strada.
Una robetta grigia zampetta velocemente lungo il muro nella mia direzione. Il cane fa un balzo a quattro zampe con un fischio impaurito.
Il topazzo, di quelli con la coda e le zampette rosa, prima di sparire nel cantiere vicino, mi ricorda che l'università storpia le menti. Mentre consolo il cagnino spaventato dal roditore, mi viene in mente, infatti, un antico episodio di vita universitaria che mi ha dato molto da pensare sulla sanità del sistema d'istruzione accademico.

Mi trovavo in coda, alla segreteria, per via di certi documenti necessari al trasferimento di sede. La coda era molto lunga, ricordo, e calcolai ci sarebbero voluti almeno tre quarti d'ora.

Mi scossi all'improvviso dal torpore quando vidi uno dei miei compagni di studi fare il suo ingresso nell'androne.
Il suo solito sguardo addormentato con gli occhi a mezz'asta era il chiaro sintomo che stava ancora scrivendo quel suo saggio di filosofia generale di cui andava favoleggiando da ormai molto tempo. Ricordo che si vantava di dormire 3 ore per notte, impegnato com'era a scrivere, studiare ed elucubrare teorie e sistemi letterario-filosofici. Indubbiamente si trattava di una mente geniale, di una cultura sconfinata, ma dai suoi discorsi cominciavo a pensare che meno cultura e più sonno gli avrebbero certamente giovato.

Quando lo vidi entrare nella segreteria, lo ammetto colpevolmente, feci finta di niente. Non avevo nessuna voglia di stare a sentire un'altra megadissertazione sulla provenienza di un frammento di vaso da notte greco recante inciso due mezze lettere in alfabeto attico, fino ad allora identificate come beta e delta, ma che lui, dopo studi e ricerche di mesi, aveva concluso fossero in realtà beta e gamma - con qualche dubbio sul gamma.

Ovviamente mi puntò come un missile a guida laser.
"Ma ciaaaaao..." proruppi in un ipocrita espressione di saluto e stupore, come se me lo fossi visto spuntare dal nulla proprio in quel momento.
- Cosa ci fai qui? - mi chiese.
- Ehhh... sai, mi trasferisco a Torino: ho bisogno di alcuni documenti.
- Ah. E come mai ti trasferisci?
- Lascia stare, ho litigato con la professoressa con cui dovevo fare la tesi...
- Come ti capisco. D'altra parte, questo sistema è veramente malato. Pensa che l'altro giorno mi ha ricevuto il dottor Taldeitali, non sai che nervoso mi ha fatto venire.

E feci la domanda che mi condannò: "Ah, sì? E perché?"

La sua faccia addormentata si deformò in una smorfia.
"Quel maledetto! Io glielo avevo detto che si trattava di un gamma, ma lui no! Continua a dire che quello è un delta. E poi guarda, non c'è nessuno proprio nessuno a cui ti possa affidare in questo sporco edificio per avere un minimo di considerazione!"
Cominciò ad alterarsi e a infervorarsi.
"E poi dicono che si viene qui per imparare! Ma cosa? Si viene qui per leccare i piedi, ecco cosa! E questi schifosi maiali, come quel maledetto dottor Taldeitali, ma perché non tornano nella fogna da cui sono usciti? Sporchi schifosi!"
A questo punto avrei voluto interrompere questo fiume di astio. Cominciavo a sentirmi in profondo imbarazzo, anche per il fatto che continuava a fare il nome e cognome di quell'assistente.
"No! Tu non capisci! Questa gentaglia melmosa governa questo letamaio di università come pare e piace a loro e noi dobbiamo soltanto leccare per sopravvivere! Soltanto leccare!"
Le altre persone che erano in fila, anche quelle più lontane, cominciarono a girarsi per vedere chi stava berciando in quel modo e con chi ce l'aveva questo matto.
"E poi dicono a me di stare calmo! Quel maledetto schifoso del dottor Taldeitali! Un topo di fogna! Ecco cos'è! Lui e tutti quelli come lui, sono tutti come topi che escono dalle fogne! SONO COME TOPI CHE ESCONO DALLE FOGNE!"
Lo sguardo si fece sbarellato, la gestualità inconsulta, e, nel frattempo, io ero sempre più piccolo e a quelli che si voltavano facevo una faccia da gnorri del tipo: "Chi? Io? No no, non lo conosco neanche di striscio."

Mentre farneticava con la schiuma alla bocca, intanto, la fila davanti a me si andava esaurendo. Arrivai allo sportello, sbrigai la pratica in cinque minuti, salutai in fretta il pazzo, ancora impegnato nella sua concione, e scappai dalla segreteria. Sulla porta mi voltai: stava ancora arringando all'aria.

L'università fa male alla mente.
Anche alla mia, che collega i topi e le fogne con la segreteria dell'università.




permalink | inviato da il 13/3/2006 alle 13:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (22) | Versione per la stampa
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