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"...vidi un tramonto a Querétaro che sembrava riflettere il colore di una rosa nel Bengala..."
Jorge Luis Borges, "L'Aleph"

Questo blog è sottoposto a regime autocensorio. L'autore si scusa per le offese arrecate e si impegna a non pubblicare mai più post diffamanti.

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Novelle da Due Frasi
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17 maggio 2005

Novella da Due Frasi nr. 2 - L'Ultima Mezza Birra.

Barcollo leggermente verso la toilette del pub, reggendomi agli schienali delle sedie vuote, in questo venerdì sera trascorso ampiamente sopra le righe.

Sai com'è fatto l'alcool. Ti scombina i discorsi, te li aggroviglia, credi di aver proferito parola di saggezza e subito dopo ti ritrovi a ridere rendendoti (quasi) conto dell'idiozia appena sciorinata. Poi cerchi di raccontare agli amici (brilli quanto te) un aneddoto divertente, una storiella, qualcosa che abbia un minimo di senso comico, ma l'alcool ti fa tagliare i fronzoli (oppure, in alcuni casi di verbosità patologica, te le amplia finché non si addormentano tutti sul tavolo senza che tu abbia concluso neanche il preambolo), vuole farti arrivare subito al nocciolo della questione, perché ti rende impaziente di essere simpatico.

Arrivo nella squallida toilette del locale, mi appoggio con entrambe le mani al lavandino e nello specchio sporco, davanti a me, c'è una brutta faccia che mi guarda.
Non sono ubriaco, mi dico. E in effetti non lo sono (ancora).
Però, al tavolo, ho temporaneamente abbandonato mezza birra nera (sarebbe la quarta, stasera). E' una mezza birra con cui dovrò fare i conti, quando sarò tornato dalla toilette.
Che sarà mai mezza pinta, considerando il torrente di bevanda fermentata che ho bevuto stasera?
C'è un Punto di Non Ritorno, quando si parla di bevute: è il confine sottile che separa la brillantezza della brillitudine dall'ubriachezza rotolante.
In questo caso, quella mezza birra rappresenta il mio Punto di Non Ritorno, la proverbiale caramellina che, seppur dietetica, basta a sparare via il bottone della camicia all'altezza dell'ombelico, dopo un pranzo in stile "suicidio gastronomico".

D'altra parte, semplicemente, basta non bere quella mezza pinta, no? Non berla. Non bere quella mezza birra nera, irlandese amara e corposa, con quella bassa e saporita schiumetta marroncina che dipinge con la crema i baffi dei beati bevitori. Non ingollarla in due contigui gulpi onomatopeici con tanto di fresco e maleducato "aaahhhhh...!!" finale con sbattimento del boccale sul banco e risata insensata annessa.
E' deciso, allora. Tornerò di là e non la berrò. L'ho pagata, ma non la berrò. Verrò incitato dai compagnucci a consumare e consumarmi, ma resisterò e dirò "no, grazie, altrimenti..."

Ecco, lo sapevo: lì, davanti al lavandino ingiallito della toilette di un pub brianzolo, sento in bocca il caratteristico sapore dell'ispirazione per una Novella da Due Frasi che cerca tumultuosamente di farsi strada verso l'esterno.
Dato che il contesto è alcoolico, infatti, non poteva che essere una storia distillata (in questo caso, a dire il vero, sarebbe meglio una storia fermentata).

L'Ultima Mezza Birra.

Se adesso, seduto a questo tavolo, finissi quest'ultima mezza birra, fresca ed eccessiva, domani mattina, in piscina, sarebbe un disastro.

Considerando il fatto che domani mattina, in piscina, sarà comunque un disastro, propongo un brindisi agli amori lontani e alle vite improbabili costrette a realizzarsi.




permalink | inviato da il 17/5/2005 alle 12:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (34) | Versione per la stampa

2 maggio 2005

Novella da Due Frasi nr. 1 - Il Maestro.

Sabato, obbligato da promesse sconsideratamente elargite, vengo trascinato a un concerto di musica da camera e corale. La presenza fra gli orchestrali di un parente strettissimo mi impone la sottomissione.

Chiesetta minuscola, straripante di pubblico, ossigeno sotto la quota necessaria alla sopravvivenza, panchetta di legno che cozza con le ossa della mia carcassa già seviziata da 40 minuti di guida, acustica (ovviamente) pessima.

Mi cade l'occhio sul programma. Prima parte: orchestra (Vivaldi, Haendel, Telemann). Seconda parte: coro (polifonia sacra, tipo Ave Verum di Mozart, Ave Maria di Arkadelt, e così via). Terza parte: coro e orchestra (il Panis Angelicus di Frank - un classico strappapplausi - e un paio di cantate di Bach - almeno apprezzerò il gran finale).

Terza parte? Tre parti addirittura? Calcolo rapidamente i tempi e mi accorgo che il già scarso ossigeno presente nella chiesa sarà terminato per il secondo, forse il terzo pezzo della seconda parte. Senza contare il fatto che le mie membra, adagiate alla rinfusa sul legnaccio della panca, hanno da tempo superato abbondantemente la soglia di sopportazione fisica.
Scatta dunque la domanda che mi accompagnerà durante tutto il concerto: perché? Perché mi infilo in queste cose? Perché?

La lunghezza del concerto è tremenda e ammazzerebbe l'attenzione e la concentrazione di un giocatore di scacchi professionista.

Il direttore del coro dà gli attacchi sbagliati, senza decisione e a bocca chiusa. Conseguenza: il coro attacca male ed esegue peggio. Esasperato, frugo nelle tasche in cerca di una caramella con cui drogarmi. E noto che non sono il solo che dà segni di insofferenza. Tralasciando i parenti dei coristi (spettatori trasognati ed entusiasti), si riconoscono coloro che sono qui per curiosità o cortesia (ormai invischiati in una cosa più grande di loro) per il fatto che non riescono a stare fermi per più di venti secondi consecutivi. Non trovano la posizione giusta sulla panchetta, si grattano l'orecchio o il naso, si aggiustano il vestito, ruotando le dita si tormentano una ciocca di capelli foggiando un ricciolo forzoso, e quelli rimasti in piedi sono una pena da vedere.

Trovo la caramella e la scarto rumorosamente (non c'è niente di più odioso di uno scarto di caramella durante un concerto: è peggio della tosse asinina che colpisce una media di due spettatori per concerto).
Nelle tasche della giacca, oltre alla consueta spazzatura, trovo anche un foglio e una penna.

E arriva l'ispirazione: mi immagino la sala da concerti più famosa del mondo, il Maestro per eccellenza, freddo e pieno di sussiego, e studio il modo per abbattere il suo pulpito di noia. Cogito, scribacchio, ci ripenso, cancello e riscrivo, non visto, per tutto il tempo.

Ultimamente tendo ad espandermi nei fogli in una prolissità inconsueta, così tento l'esperimento di sintesi: una Novella da Due Frasi. Prova a raccontare una storia in due frasi, mi dico, se ci riesci.
E infatti all'inizio non ci riesco. Tecnicamente le frasi sono due, perché ci sono due punti, ma sono due frasi lunghissime, pesanti, piene di aggettivi, avverbi, complementi, congiunzioni, allitterazioni, figure retoriche, elenchi di parole. Bene, bravo, bel giochino. Fai schifo. Taglia quella roba.
Il lavoro di taglio e cucito snellisce l'obbrobrio fino a plasmarlo in una Novella da Due Frasi, come si potrebbe ricavare un maglioncino per neonati da una taglia XXL.

Ecco. Così può andare. E' ancora piena di aggettivi, ma almeno si può leggere. Una storia distillata con l'alambicco:

Il Maestro.

Il Maestro brilla nel suo frac tirato a specchio e getta una pioggia di bacchettati gesti sugli orchestrali affamati di carisma, mentre la sua famosa chioma d'argento segue i ritmici movimenti dell'amalgama perfetto.

La bacchetta spacca l'aria staccando il suono prima dell'applauso trionfale, ma ecco, all'apice di una carriera spesa a produrre la perfezione artistica, una goccia di sudore uccide l'ultima monetina di collante che univa la fulgida parrucca alla boccia pelata del Maestro, e l'ultimo inchino congiunge i capelli traditori con il naso dell'imbalsamata signora di buona famiglia, seduta in prima fila.




permalink | inviato da il 2/5/2005 alle 15:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (24) | Versione per la stampa
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