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15 luglio 2004

Torino, 10 e 11 luglio 2004.

Eccomi lì, sbracato su un dolorante carrello portabagagli della stazione di Torino Porta Nuova.

La stazione apre i battenti alle 4.20, così, il e il mio amico (che per convenzione chiamerò ironicamente "il Designer", ovvero ciò per cui si spaccia nel mondo) ci confondiamo tra i russanti robbosi che, cercando di tornare a casa dopo i concerti del Traffic Torino Free Festival, riposano le ubriache e fumate membra, e un giornale separa le loro schiene dal marciapiede. Fa un freddo cane e la custodia del mio inutile, obeso fisico è affidata a una misera t-shirt di cotone, che mi scalda come lo farebbe la carta velina.
Non me ne vogliano
Vetro, Barbie e il Guardiano, ma questo momento (h. 3:30 del mattino) è meraviglioso. Io e il Designer abbiamo rinunciato al passaggio in auto per vivere nella scomodità adolescenziale on-the-(rail)road, zaino in spalla, macchina fotografica a tracolla, due viaggiatori sulla strada. O due veri imbecilli che potevano essere nelle rispettive lenzuola con 7 ore d'anticipo sull'irresponsabile tabella di marcia?
2 ore di treno separano Torino da Milano. Una mezz'ora supplementare separa Milano da casa mia (sempre ferroviariamente discorrendo).
Casa a cui arrivo vivo. E appagato.
Mi sommerge la bianca, calda, docciaschiùmica acqua della vasca da bagno e, fresco e profumato, nella piena e fredda luce del mattino domenicale, mi abbandono alli sacri sonni, raggiunto in un istante dalla gatta acciambellata al mio fianco.

Urge riepilogare il puzzle della giornata appena trascorsa in un mega-flashback.

Primo tassello del puzzle.
La BMW di Vetro, raggiungendo la modesta velocità di Mach 3 sull'autostrada Milano-Torino, piena di cinturallacciati Guardiani, Barbies, Emanuelitos, Designers (e Vetri stessi alla guida), mi aiuta a capire la natura di quella che si prospetta una giornata oltre i limiti.
La sensazione di avere una fretta assatanata (frutto della rottura del muro del suono) mi porta, alla stazione di servizio, ad ingozzarmi come un'anatra: cappuccio, brioche e succo d'arancia ingurgitati nello stretto giro di 3.37 minuti.
Con l'occhio spiritato, ridanciani e, questo è sicuro, completamente pazzi, facciamo il nostro trionfale ingresso a Torino.
Ivi ci perdiamo.

Secondo tassello del puzzle.
In virtù dell'anticipo guadagnato in autostrada, il tempismo è perfetto.
Napolino e Consorte sono ospiti eccezionali, e il Parco del Valentino è uno scrigno perfetto, che contiene nuove amicizie: amphetamineAnnie-dog (e amica), Celeste, DrJester e la mescarola dell'8 maggio milanese, Oni-fled.
Il Po scorre placido e ci vede crapulare allegramente all'imbarchino magistralmente scelto dai padroni di casa.
Si dice che tra Milano e Torino non scorra buon sangue. Di sicuro, a dire il vero, tra questi milanesi e questi torinesi, le deliziose cose che scorrono sono il vino, le risate e le trote del fiume. Grazie ai grissini dei commensali, hanno anche loro un grasso 10 luglio torinese.
Appendice al secondo tassello del puzzle.
A proposito della vexata quaestio dal titolo "Meglio Milano o meglio Torino? Una domanda priva di fondamento", per esprimere il concetto per cui mi trovo bene ovunque e il rapporto fra me e le mie "radici" è un rapporto molto fluido e interiore, mai più userò la banale e generalizzante espressione (ormai priva di significato pregnante) "cittadino del mondo".

Terzo tassello del puzzle.
Il Parco del Valentino, dicevasi, è uno scrigno perfetto e non c'è miglior cuscino dell'erba di velluto per permettere all'organismo di metabolizzare vino, tomini, antipastini e quant'altro.

Quarto tassello del puzzle.
Io e il Designer si ha la disgraziata idea di separarci dal resto del gruppo per andare a vedere il concerto dei Karate e dei !!! (pron. "chick-chick-chick"). Due mezzi per portarsi in zona. Il secondo mezzo devia verso ignota meta all'altezza del n° civico 45-50 di via Cigna. Noi si deve raggiungere il 211.
E che sarà mai?
Ecco.
Mai più nella vita.
Desolazione, sole di taglio, calore cementizio, capannoni industriali, scheletri di casermoni stretti nei cantieri, muri diroccati, tralicci piantati fra le case abbattute. 45 minuti di strada a piedi, per il 211: uno spiazzo erboso, un paio di centinaia di persone, un palco di quelli riservati ai gruppi emergenti o mooooolto di nicchia, poche (e povere) bancarelle sotto i gazebo.
Io e il (maledetto, a questo punto) Designer (improvvidamente propositore della deviazione/devianza concertistica) facciamo un paio di calcolini: un'oretta per ascoltare la parte finale della performance (bravini e simpatici) dei Karate e un paio di pezzi dei !!! (funky molto anni '70, cantante voglio-essere-un-sex-symbol-per-ragazzine-quindi-agito-molto-il-mio-attillato-e-palestrato-fisique-du-role).
Rieccoci sulla via per il piatto forte: Iggy Pop.

Quinto tassello del puzzle.
Via Cigna, 211 - Parco della Pellerina: 1h e 1/2.
L'"Iguana" aspettava solo l'arrivo dei due imbecilli per iniziare (h. 22.30).
Chiusi in una muraglia umana (50.000 intorno a noi), a un certo punto mi colpisce la scena di un piccolo edificio poco lontano (scoprirò poi che sono le docce della piscina): il tetto scomparso sotto la presenza di un centinaio di ragazzi mi fa pensare al naufragio dei profughi assiepati su uno scassone del mare. Mezz'ora dopo, all'improvviso, il tetto è sgombro, qualcuno li ha fatti ragionare.

Sesto tassello del puzzle.
Finita la valanga di decibel e follia, risulta impossibile contattare il resto del gruppo.
Io e il Designer non ne abbiamo ancora avute abbastanza: e via verso i Murazzi, versione sabauda e concetrata dei Navigli meneghini.
Meravigliosi, ipnotici, pieni di gente, lucine, suoni, colori, calori. E dove si finisce? Ovviamente in una specie di centro sociale proletario, coperto di murales. All'ingresso, le violente zaffate di canna mi ammortizzano tutti e 6 i sensi, ma l'assuefazione arriva presto, e la festa brasileira nella sala grande (ingresso gratuito) mi rapisce il cuore.
Alle 2:30, sfatti come fichi secchi, ci incamminiamo verso Porta Nuova lungo Piazza Vittorio Veneto, via Po, Piazza San Carlo e poi via Roma.
Far trovare chiusa la stazione a quell'ora significa voler incrementare la bestemmia nel mondo.

E il cerchio si chiude, ed eccomi lì, sbracato su un dolorante carrello portabagagli della stazione di Torino Porta Nuova. Il puzzle è completo.
Grazie a tutti.




permalink | inviato da il 15/7/2004 alle 15:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
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