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"...vidi un tramonto a Querétaro che sembrava riflettere il colore di una rosa nel Bengala..."
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Questo blog è sottoposto a regime autocensorio. L'autore si scusa per le offese arrecate e si impegna a non pubblicare mai più post diffamanti.

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7 maggio 2007

Menta 4.

Un. Piede. Davanti. All'altro.
Un. Piede. Davanti. All'altro.
Ancora.
Bravo, così.
E ancora.
Fino a casa.
Non dovrebbe essere molto difficile.

Ripasso a memoria la ricetta, di nuovo.

Due gocce di angostura, due cucchiaini di zucchero di canna, 2/10 di scco di lime, 8/10 di rum bianco cubano, eventualmente una parte di rum scuro, ghiaccio, soda, shakerare energicamente.

Cerco di identificare il punto preciso in cui tutto è andato storto. A partire dal momento in cui ho potato i rametti di menta.
Ah, sì.
Infinito dolore: ogni snip delle forbici che si serravano intorno ai teneri fusti mi entrava nel cervello e arrivava fino al cuore.

Mentre mi ricordo dello snip assassino, faccio un passo più storto degli altri e rischio di cadere dal marciapiede. Sarebbe stata una punizione esemplare per il male che ho fatto a quella pianta. Ora che ci penso, sto già scontando una sonora penitenza.

Alla bell'e meglio, riprendo da terra il filo dei miei pensieri, fluidi incerti e ubriachi come il mio stesso ciondolare sotto i lampioni, verso casa.

Luogo del fatto: mojito-party, a casa di un mio amico.

Sono arrivato con i miei sacri rametti, trionfante: stavano aspettando solo me, con gli altri ingredienti.
Probabilmente è da quel momento che tutto ha preso la piega sbagliata: il primo mojito. Che era anche il primo mojito che facevo in vita mia, abituato come sono a poggiare i gomiti sui diversi banconi e ad esigere che qualcuno lo faccia - bene - per me, avventore pagante.

Il primo è mio!

Avevo mischiato a occhio rum vari, menta pestata, soda da quattro soldi comprata al supermercato, niente angostura che neanche so cos'è, ghiaccio tritato nel lavandino, zucchero di canna, lime in spicchi pestati. Tutto in un bicchiere enorme.

Che emozione: il mio primo mojito.

L'ho assaggiato subito.
Una smorfia mi ha deturpato il volto al primo sorso: una bomba di alcool piena di erbetta galleggiante, iceberg di lime verdi, con un vago sentore di molo malfamato, un retrogusto di delinquenza dilagante, un brutale gesto sferrato a bruciapelo, una pugnalata allo stomaco probabilmente a scopo rapina, la vittima è stata rinvenuta riversa in una pozza di rum, esanime (la vittima, non il rum).
Disgustoso, al limite del cancerogeno.

Dopo questo, in silenzio, mi sono ritirato in bell'ordine e ho smesso di fare mojitos, lasciando il compito ad altri, dotati di buon senso.

Che fare, però, della zozzeria che mi sono ritrovato tra le mani?

Diciamo che ho comminciato a sentirmi seriamente male verso mezzanotte.

Sì.
Esattamente quel primo e unico beverone.
L'ho bevuto tutto.
Non solo. Ho mangiato i frammenti di menta che erano rimasti nel bicchiere, il ghiaccio e perfino gli spicchi di lime, con la buccia e tutto.

C'è un fuoco pesante, dentro di me, che non riesco a spiegare. E' qualcosa che mi spinge a fare cose che mi fanno male, che vanno esattamente contro il mio diretto interesse. Ed è tanto più grave in quanto sono pèerfettamente consapevole delle conseguenze nefaste portate dalle mie scelte.
Voglio dire: bevo, quindi mi ubriaco.
Oltre all'autolesionismo, però, dev'esserci per forza qualcos'altro. Forse, in fondo, c'è una labile ma inamovibile speranza che, nella successione degli eventi, nella rigida concatenazione di causa-effetto, qualcosa cambi le regole, che qualcosa d'improvviso e bellissimo e insperato - ma fortemente e segretamente voluto - alla fine succeda.
Un miracolo, insomma.
Nel frattempo, è un fuoco pesante, quello che mi sta bruciando e mi fa barcollare, ma non riesco mai a ingerire abbastanza alcool per spegnerlo, per ucciderlo.
E finisco per uccidere solo me stesso.

Ricordo di aver fatto, verso l'una, due o tre giri del cortile, sperando in questo modo di riattivare i centri nervosi, completamente obnubilati.
Prima di salutare gli amici, la prima rata: pallido come un cadavere, un filo di voce: scusatemi un secondo.
Abbracciato alla tazza del water, ho dato il meglio.
Uscito dal bagno, dovevo aver preso lo stesso colorito della ceramica così coccolata pochi istanti prima, ma ho fatto finta di niente.

- Vuoi un passaggio?
- No, grazie... faccio una passeggiata, così smaltisco un po'.

Davanti alla porta di casa, mi cadono le chiavi più volte. Quando riesco a mantenere il mazzetto fra le mani tremanti, mi appoggio con la testa allo stipite e, per lunghi istanti, la chiave giusta sparisce. la ritrovo: si nascondeva dietro a quella del box.
Mi cade di nuovo, prima che riesca a mirare la toppa.
Nel chinarmi a raccoglierla, mi dimentico dell'esistenza dello stipite e picchio la testa.
Non devo sedermi per terra, altrimenti è finita.
Afferro la maniglia per riacquistare l'equilibrio e la porta si apre. Era aperta.
Mi dirigo, più portato dall'istinto che dalle gambe, direttamente al bagno per la seconda rata.
Alla fine, riesco a imboccare la porta della mia camera. Mi fermo ad origliare per buoni minuti.
Nessuno pare essersi accorto di niente, i miei sembrano dormire pacificamente, nonostante il fracasso. Tutto è buio e tutto tace.
Esco dai vestiti ed entro nel letto, che nel frattempo ha cominciato a ballare davanti a me, assieme a tutta la stanza.

L'ultimo pensiero, prima di sprofondare nell'oblio, è: ma come diavolo fa a ballare tutto, qui, se non c'è neanche la musica?




permalink | inviato da il 7/5/2007 alle 13:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
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